Il futuro di Xbox passa da un dato che a Redmond avrebbero preferito non vedere: gli abbonati a Game Pass sarebbero meno della metà rispetto a quanto Microsoft si aspettava di raggiungere. Un’indiscrezione che pesa parecchio, perché tocca proprio il cuore della strategia con cui l’azienda aveva scommesso sul rilancio dell’intera divisione videoludica. Se il servizio in abbonamento doveva essere il motore di tutto, adesso quel motore gira decisamente più piano del previsto.
La cifra arriva da un’indiscrezione che parla chiaro. Le sottoscrizioni al servizio non avrebbero raggiunto nemmeno il 50 per cento del traguardo che i vertici avevano fissato. E questo cambia parecchio la lettura di quanto sta succedendo dentro Microsoft Gaming negli ultimi tempi.
Licenziamenti, studi venduti e una strategia che scricchiola
Il quadro che emerge non è di quelli che si dimenticano facilmente. La tempesta che ha investito Xbox si è manifestata su più fronti, tra tagli al personale, studi ceduti e team che sono tornati a essere indipendenti. Non un episodio isolato, ma una serie di scosse che raccontano una divisione in piena fase di ripensamento. E dietro molte di queste decisioni ci sarebbe proprio la crescita mancata di Game Pass, quel tassello che avrebbe dovuto tenere insieme tutto il resto.
La scommessa era chiara fin dall’inizio. La precedente dirigenza, guidata da Phil Spencer, aveva puntato con decisione sull’abbonamento come chiave per far ripartire tutto il comparto gaming della casa di Redmond. L’idea di fondo era semplice da spiegare: portare quanti più giocatori possibile dentro l’ecosistema, offrire un catalogo enorme a fronte di un canone mensile e costruire attorno a questo modello la sostenibilità dell’intera macchina. Sulla carta funzionava. Nella pratica, i numeri raccontano un’altra storia.
Quando l’obiettivo di crescita non viene centrato, e per giunta manca di così tanto, le conseguenze si sentono a cascata. Investire in nuovi giochi, mantenere studi interni, sostenere produzioni ambiziose: tutto diventa più complicato se le entrate ricorrenti non arrivano al ritmo sperato. Ed è probabilmente qui che vanno cercate le radici di molte scelte difficili viste negli ultimi mesi, quelle che hanno lasciato spiazzati sia i dipendenti sia i giocatori. Il cosiddetto reset di cui si parla attorno al marchio non è quindi soltanto una questione di immagine o di comunicazione. È il segnale che qualcosa nel piano originale non ha funzionato come previsto, e che adesso serve una direzione diversa. Un abbonamento pensato per essere la spina dorsale del business che si ritrova con meno della metà degli iscritti attesi obbliga inevitabilmente a rivedere le priorità, a ridimensionare certe ambizioni e a fare i conti con una realtà meno rosea di quella immaginata sulle slide di qualche anno fa.