Gli americani in Congo si trovano bloccati, impossibilitati a rientrare negli Stati Uniti mentre l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo continua a correre più veloce delle misure messe in campo per fermarla. La decisione è arrivata lunedì dall’amministrazione Trump, che ha di fatto chiuso la porta ai propri cittadini presenti nel Paese africano.
Chi si trova nella Repubblica Democratica del Congo o vi ha viaggiato di recente è stato inserito in una lista “do-not-board”, ossia un elenco di persone a cui è vietato imbarcarsi. Non potranno tornare a casa finché non avranno trascorso 21 giorni in un Paese terzo. L’ordine si appoggia a una norma sui trasporti nota come Title 49. Circa due dozzine di americani che avrebbero dovuto salire su voli diretti negli Stati Uniti martedì sono già stati fermati dalla nuova regola. Non è chiaro se il divieto valga anche per i dipendenti governativi. I Centers for Disease Control and Prevention hanno almeno una ventina di persone che lavorano nel Paese. Questa mossa si aggiunge alle restrizioni sui viaggi già estremamente rigide e discusse, imposte nel tentativo di isolare gli Stati Uniti dall’epidemia. Gli esperti di sanità continuano a criticare questo tipo di provvedimenti, perché storicamente si sono rivelati inefficaci e persino dannosi. Scoraggiano i Paesi e le persone dall’essere trasparenti su focolai e rischi sanitari, danneggiano le economie e alimentano lo stigma. C’è poi il timore che possano limitare il lavoro degli operatori umanitari.
Come si diffonde davvero il virus
Ebola non è una malattia che si trasmette con facilità come i virus respiratori. Il contagio avviene per contatto con i fluidi corporei di chi è malato in fase attiva o è deceduto da poco. È stata descritta come una malattia della compassione, perché colpisce soprattutto familiari, persone care, chi presta assistenza e il personale medico, cioè tutti coloro che hanno un contatto ravvicinato con i malati nel momento in cui sono più infettivi. Detto in parole semplici, non è qualcosa che si prende sedendosi accanto a chi tossisce in aereo.
Secondo i CDC, le liste “do-not-board” servono a bloccare i viaggiatori “noti o sospetti di avere una malattia contagiosa”, non chiunque sia semplicemente stato in un Paese colpito da un’epidemia. E comunque, se qualcuno portasse Ebola negli Stati Uniti senza saperlo, il Paese è attrezzato per gestire la situazione. Esiste una rete di strutture mediche di alto livello capaci di isolare in sicurezza i pazienti e offrire cure di qualità. Nelle epidemie passate non erano state imposte restrizioni così severe, e gli Stati Uniti avevano rimpatriato otto casi per cure specialistiche. Nessuno di quei pazienti ha trasmesso il virus.
L’allarme dell’OMS e i numeri dell’epidemia
Mentre l’amministrazione Trump procede con la sua strategia isolazionista, l’Organizzazione Mondiale della Sanità avverte che l’epidemia continua a diffondersi fuori controllo. Martedì l’agenzia delle Nazioni Unite ha dichiarato di avere meno della metà dei fondi necessari per rispondere in modo adeguato. L’OMS fatica sul fronte economico da quando gli Stati Uniti hanno ritirato la propria adesione, eliminando una fonte di finanziamento importante.
La scorsa settimana l’OMS ha fatto sapere che quattro nuovi casi di Ebola su cinque non hanno alcun collegamento con casi già noti, segno di una circolazione del virus che sfugge al monitoraggio. I funzionari hanno avvertito che la portata reale del focolaio potrebbe essere da due a quattro volte più grande dei numeri attuali. Al 14 luglio la Repubblica Democratica del Congo segnala 1.963 casi e 719 morti.