Dragonheart compie trent’anni e resta una di quelle storie che hanno segnato a fuoco un’intera generazione, capace di mescolare il fantasy con l’avventura più pura in un modo che, all’epoca, nessuno aveva ancora osato. Il film diretto da Rob Cohen continua a occupare un posto particolare nel cuore di chi lo ha visto da ragazzino, e non è un caso. C’era qualcosa di diverso, lì dentro. Un drago che parla, un cavaliere disilluso e un legame impossibile da spezzare. Un trionfo di innovazione visiva uscito in un decennio, gli anni Novanta, in cui il genere fantastico sembrava aver perso un po’ la bussola.
Un buddy movie come non se ne erano mai visti
A pensarci bene, Dragonheart è un’anomalia da parecchi punti di vista. C’è la scrittura di Charles Edward Pogue, sottovalutata in maniera quasi ingiusta, e c’è soprattutto l’idea iniziale di Patrick Read Johnson, che a fine anni Ottanta immaginò un film capace di recuperare certe atmosfere western. Pellicole come Scusi, dov’è il west?, Butch Cassidy e Skin Game raccontavano amicizie tra opposti inconciliabili, due caratteri che sulla carta non dovrebbero andare d’accordo. Era la base del buddy movie, un genere che fin dai tempi di Stanlio e Ollio aveva attraversato il poliziesco, l’action, la commedia. Ma nel fantasy? Praticamente nessuno ci aveva mai provato sul serio, a parte qualche accenno in Conan il barbaro o ne I visitatori.
Il momento, poi, era particolare
Dopo l’esplosione degli anni Ottanta, il fantasy si era inceppato a causa di flop come Legend di Ridley Scott. Per ogni L’armata delle tenebre o Hook c’erano stati progetti naufragati o lasciati a marcire in un cassetto. E allora eccoci, in quella Britannia di fine decimo secolo dagli echi arturiani, dove conosciamo Sir Bowen, interpretato da Dennis Quaid, spadaccino straordinario e tutore del giovane Principe Einon. Durante una rivolta della popolazione affamata, che costa la vita al padre, il ragazzo resta ferito. Per salvarlo, la madre Aislinn, ovvero Julie Christie, chiede aiuto a un potente drago che gli dona metà del proprio cuore. Peccato che Einon, una volta diventato Re, si riveli un tiranno persino peggiore del genitore.
L’esilio porta Bowen a dare la caccia a ogni drago, convinto che la degenerazione di Einon dipenda da quel cuore. Poi arriva l’incontro con Draco, doppiato da noi dal grande Gigi Proietti e interpretato in originale da Sean Connery. I due si scontrano, poi trovano una tregua dal sapore vagamente truffaldino: se Bowen uccide l’ultimo drago rimasto, resta senza lavoro, quindi perché non mettere in piedi una piccola società? Da lì in poi è il viaggio strano di due solitari maledetti dal proprio passato. Sul fronte tecnico, gli effetti speciali firmati Phil Tippett rappresentarono un’evoluzione di quanto Jurassic Park aveva mostrato, unendo lo studio di animali reali e mitologici al lavoro del software ILM Alias.
Molto più profondo di quanto sembrasse
C’è poi il villain, ed è qui che Dragonheart ci regala la scoperta di David Thewlis. Nelle sue mani l’Einon adulto diventa uno dei cattivi più raggelanti che il genere ricordi: irrazionale, sadico, immaturo, eppure guerriero formidabile e privo di paura. Il suo legame con Draco è l’elemento più affascinante del film, perché Einon può morire solo se muore il drago. Attorno a loro un cast di contorno perfetto, con Pete Postlethwaite, Dina Meyer, Brian Thompson e un giovanissimo Jason Isaacs. Da metà in poi è tutto un susseguirsi di duelli, agguati e fiamme. Cohen anticipa per certi versi ciò che Ridley Scott farà con Il Gladiatore, recuperando il meglio del cinema cappa e spada degli anni Quaranta e Cinquanta, con coreografie che strizzano l’occhio alle arti marziali orientali.
Il sacrificio di Draco spezzò il cuore di ogni bambino e adolescente, quel colpo che Bowen è costretto a sferrare contro l’amico che lo aveva riportato sulla retta via. Merito anche di una delle colonne sonore più belle del fantasy, firmata Randy Edelman e ancora oggi amatissima. La critica maltrattò ingiustamente il film, poco convinta dall’intreccio, ma al botteghino fu un successo clamoroso con 115 milioni di dollari dell’epoca, circa 105 milioni di euro. Trent’anni dopo, Dragonheart resta un simbolo della generazione Millennial, e si è dovuto attendere un capolavoro come Dragon Trainer per ritrovare un film capace di rapire il cuore allo stesso modo.