Disclosure Day non sarà il film più memorabile firmato da Steven Spielberg, ma resta un thriller di fantascienza capace di emozionare e di tenere incollati allo schermo. Il regista usa il genere come pretesto per parlare di noi stessi, e ne esce un’opera che non è perfetta eppure trasuda la sua inconfondibile maniera di commuovere, agitare e far sentire qualcosa a partire da una gentilezza quasi titanica.
Un alieno è infinito nella sua forma finché non si dimostra il contrario. Si potrebbe seguire la solita idea del testone con gli occhi enormi, certo, ma anche quella di qualcosa che la mente umana non può e non potrà mai comprendere. La seconda strada, ovviamente, mal si concilia con il bisogno di mostrare quella creatura al pubblico in un film. L’immagine classica di questi esseri del cosmo è la stessa a cui ricorre Steven Spielberg, e in questa scelta visiva c’è già un legame con ciò che il film è davvero: un thriller fantascientifico altrettanto classico, in cui poco importa che aspetto abbia quell’essere di un altro mondo. La chiave qui non è l’alieno, ma il modo in cui l’umanità affronta l’idea che possa esistere.
Un ritorno alla fantascienza che non lascia indifferenti
Il rientro nel genere fantascientifico da parte del regista è un esercizio di cinema tradizionale, e proprio per questo non risulta meno affascinante. Ne è uscita una pellicola emozionante, intrisa di quella sua maniera personale di toccare le corde giuste. Come ogni buona storia di fantascienza, il genere qui è solo una scusa per parlare di qualcosa di profondamente umano e, già che ci siamo, di scienza e religione, di disinformazione e del potere delle grandi corporazioni. Però a Spielberg è venuta fuori anche un’avventura con qualche risoluzione di trama un po’ pigra e con un cattivo stereotipato e fuori tono, che sembra quasi dimenticato quando si arriva al climax.
Il regista non perde tempo. Disclosure Day parte nel mezzo dell’azione, con Daniel, il personaggio di un grande Josh O’Connor, come protagonista. Il modo in cui prende il via questa storia è tutto fuorché un’attesa, e con questo ci ha già catturati. Proprio come con Ready Player One del 2018 era riuscito a condensare in pochi minuti il mondo di quella deliziosa avventura distopica, qui il regista riesce a definire personalità, storie d’amore, rivalità, passati e scelte in una semplice introduzione, con una messa in scena impeccabile e un ritmo invidiabile.
Tra Daniel, Margaret e un villain che non convince
Quello che ci viene mostrato è un Daniel in fuga. Il protagonista ha tradito l’azienda tecnologica per cui lavorava perché ha scoperto un segreto che, secondo lui, l’umanità deve conoscere: gli extraterrestri esistono. Con lui Spielberg mantiene il ritmo serrato di un thriller di spionaggio. Con Margaret, l’altra metà del film interpretata da una magnifica Emily Blunt, le cose non si muovono in modo così travolgente. Con lei la pellicola si prende il suo tempo per sviluppare un altro mistero da svelare: quello di una presentatrice televisiva che, all’improvviso, inizia a parlare in una lingua che non somiglia a nessun’altra.
La prima parte del film è il risveglio di questo incontro fondamentale, quello tra Daniel e Margaret, che potrebbe sfociare in un cambio di paradigma per il mondo intero. E ci sono forze, naturalmente, che cercano di impedirlo. Qui entra in scena Noah Scanlon, il fallito cattivo di Colin Firth. Noah viene presentato come qualcuno disposto a tutto pur di evitare che il segreto venga a galla, ma il modo in cui viene sconfitto non è all’altezza della costruzione del personaggio.
Nonostante qualche inciampo che annebbia ciò che avrebbe potuto essere maestoso, Spielberg riesce a chiudere la storia lasciando un sapore vibrante. Il finale comincia in modo bellissimo, con il recupero di un ricordo dimenticato e condiviso nella ricostruzione della cameretta di una bambina. Per l’ultima parte di questa sinfonia il regista sceglie la strada più bella possibile: avvolgere tutto nella verità.