Il Pentagono ha messo nero su bianco quello che molti esperti di privacy ripetevano da anni: i dati di localizzazione del telefono non servono più solo a venderti pubblicità mirata, ma vengono usati come arma contro i soldati americani. Il Comando Centrale degli Stati Uniti, l’USCENTCOM, ha ammesso di aver ricevuto “molteplici segnalazioni di minaccia” riguardo allo sfruttamento, da parte di avversari, dei dati commerciali sulla posizione per individuare o sorvegliare il personale militare statunitense sui teatri operativi. A rivelarlo è stata una lettera condivisa dal senatore Ron Wyden. Non si tratta più di scenari teorici. Attori ostili stanno comprando gli stessi dati che ti seguono da una caffetteria a un centro commerciale, e li usano per tracciare i militari nelle zone di guerra attive.
Come le app alimentano la macchina bellica
Il percorso che porta dallo smartphone al campo di battaglia passa attraverso un mercato dei dati senza regole, che la maggior parte degli utenti non vede nemmeno. Il telefono trasmette di continuo la posizione alle reti pubblicitarie nascoste dentro app all’apparenza innocue. Quelle reti passano le informazioni ai cosiddetti data broker, che mettono insieme cronologie di spostamenti precise al metro e le vendono su mercati pressoché privi di controlli. I servizi di intelligence stranieri possono acquistare questi dati con la stessa facilità di una qualsiasi azienda di marketing. Niente hackeraggio, niente mandati. È un’app di sorveglianza che incontra la guerra vera, e il Pentagono finalmente ammette che sta accadendo davvero.
Quando la “minaccia alla sicurezza nazionale” diventa concreta
Secondo il senatore Wyden è arrivato il momento di considerare il settore dell’adtech per quello che è diventato: una vulnerabilità di sicurezza. “Iniziate a trattare l’industria dell’adtech come una minaccia alla sicurezza nazionale”, ha detto Wyden, e all’improvviso quella frase pesa quanto un’informazione di intelligence confermata sul campo. Con circa 40.000 militari statunitensi dislocati in 19 strutture del Medio Oriente, la portata della potenziale esposizione è impressionante. La stessa infrastruttura che fa girare le inserzioni su Instagram sta fornendo agli avversari stranieri uno strumento scalabile per monitorare le forze americane. È come avere un dispositivo di tracciamento in ogni tasca, con la differenza che il tracker lo hanno installato aziende di cui non hai mai sentito parlare.
Gli ad blocker come armatura digitale
I consigli che l’FBI dà ai consumatori adesso valgono anche come indicazioni di protezione per le truppe. Da tempo l’FBI raccomanda l’uso degli ad blocker, ma quel suggerimento assume tutta un’altra urgenza quando il tracciamento commerciale degli utenti si trasforma in una vulnerabilità militare. Bloccare le pubblicità e i tracker di terze parti può ridurre in modo concreto la mole di dati che finisce ai broker, anche se non azzera del tutto la raccolta.
I permessi delle app, le impostazioni di localizzazione, la scelta del browser: tutto questo conta ben oltre la privacy personale. Fa parte di un’igiene digitale più ampia che ormai ha ricadute sulla sicurezza nazionale.
La conferma del Pentagono lascia intravedere pressioni normative in arrivo sui data broker e sulle pratiche di tracciamento della posizione. C’è da aspettarsi restrizioni sulla vendita di dati di geolocalizzazione precisi a soggetti stranieri e politiche più severe per blindare i dispositivi delle forze schierate. Per gli utenti civili, tutto questo conferma quello che da tempo sostengono gli attivisti della privacy: i nodi dell’economia della sorveglianza stanno venendo al pettine, e sono armati di qualcosa di ben più serio della pubblicità di scarpe.