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Le isole di calore dei data center sono diventate solo da pochi mesi un tema di rilievo globale. Le strutture che fanno funzionare l’intelligenza artificiale consumano quantità enormi di energia, pari ormai a quasi 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica emesse ogni anno. Ma c’è dell’altro, perché incidono anche sul territorio che le circonda e ne alterano il microclima. Intanto si continuano a costruire impianti sempre più estesi per sostenere la crescita dei modelli di IA generativa, con una diffusione che entro il 2030 potrebbe produrre un impatto ambientale mille volte superiore a quello accumulato negli ultimi vent’anni. Eppure le conseguenze di medio e lungo periodo sulle aree che ospitano questi edifici restano poco quantificate e gli studi sistematici si contano sulle dita di una mano.
A portare la questione all’attenzione internazionale, la scorsa primavera, è stato lo scienziato italiano Andrea Marinoni, professore associato di ricerca al Dipartimento di ingegneria dell’Università di Cambridge. Il suo lavoro si basa su immagini satellitari usate per osservare come cambia la temperatura del suolo vicino ai data center. Il fenomeno è stato chiamato effetto isola di calore dei dati e ricalca quello che accade nelle grandi città, dove asfalto, palazzi e attività industriali fanno salire il termometro rispetto alle zone vicine. «Ci siamo chiesti se questi data center, con i numeri che avevano, determinassero un impatto visibile dal satellite», ha raccontato Marinoni. Da lì è partita un’analisi durata mesi, che ha incrociato dati raccolti nell’arco di due decenni con le coordinate di migliaia di strutture in tutto il mondo. «Abbiamo scoperto che un data center di 30 megawatt è equiparabile, come potenza consumata, a un’acciaieria di medie dimensioni».
Quanto si scalda il suolo attorno agli impianti
I dati della letteratura scientifica descrivono un fenomeno che si ripete con notevole regolarità. Nei mesi successivi all’avvio di un impianto la temperatura del suolo nell’area circostante cresce in media di 2 °C, con punte che nei casi più estremi toccano i 9 °C. Valori simili, per intensità, a quelli registrati nelle grandi metropoli rispetto alle campagne vicine. Colpisce soprattutto la coerenza dei risultati, osservata su migliaia di strutture molto diverse per caratteristiche e posizione, dagli Stati Uniti al Sudamerica fino all’Europa. «Ci si è resi conto che stiamo osservando qualcosa di sistematico, non un’anomalia isolata legata a un singolo impianto», ha confermato il ricercatore.
Uno degli esempi più eloquenti arriva dall’Aragona, nel nordest della Spagna, diventata negli ultimi anni uno dei principali poli europei per questo tipo di infrastrutture. La regione ha registrato un aumento della temperatura superficiale di circa 2 °C, staccandosi nettamente dalle province limitrofe con una variazione che difficilmente si spiega con agricoltura o urbanizzazione. E l’effetto non resta confinato ai terreni adiacenti. A 4 chilometri di distanza si misura ancora un grado in più in media e a 7 chilometri il fenomeno conserva un terzo della sua intensità. Nel mondo oltre 340 milioni di persone vivono a pochi chilometri da uno di questi complessi, esposte a un cambiamento climatico locale di cui raramente sono consapevoli. Per giunta gli impianti analizzati appartengono in gran parte a una generazione già superata da quella in arrivo, pensata per carichi di calcolo ancora più pesanti. «Se moltiplichiamo questi numeri per il fattore di crescita che ci aspettiamo nei prossimi anni, davvero non sappiamo dove si possa arrivare», spiega Marinoni.
Le scelte possibili sulla sostenibilità
Finora il dibattito sull’IA è stato impostato quasi solo sulla produttività, cioè sulla velocità di elaborazione e sulla potenza mobilitata. Dietro l’idea che più dati e più calcolo portino automaticamente risultati migliori si nasconde però un costo energetico in rapida ascesa, che l’industria ha spesso lasciato fuori dai conti. Lo studio, uscito a marzo, ha avuto una diffusione rapidissima ed è stato ripreso in quarantotto ore da testate di tutto il mondo. Le istituzioni britanniche hanno annunciato l’intenzione di rivedere da zero i propri modelli di stima delle emissioni legate ai data center, citando proprio le nuove evidenze.
Tra chi vorrebbe fermare la corsa e chi la considera un dettaglio trascurabile esiste uno spazio di soluzioni concrete. Ci sono già sistemi di ricircolo dell’acqua usata per il raffreddamento e tecnologie per il recupero del calore prodotto dai server, che può essere riutilizzato anziché disperso. Strumenti però ancora poco diffusi. «A oggi, chi gestisce i data center fatica a trovarli convenienti, anche se la situazione potrebbe cambiare rapidamente non appena la scala di crescita imporrà scelte diverse», osserva Marinoni.
Il nodo del consumo idrico è emblematico. Nel 2023 i data center hanno impiegato 560 miliardi di litri d’acqua a livello globale e per il 2025 le stime arrivavano a 764 miliardi. Un’ulteriore impennata di ordini di grandezza sarebbe insostenibile, anche perché l’alterazione locale si somma al riscaldamento globale. Per questo uno dei prossimi obiettivi di ricerca è stimare quanta acqua servirà in Europa e nel resto del mondo per l’espansione prevista nei prossimi cinque anni, incrociando immagini satellitari e scenari climatici così da individuare le aree del continente con maggiore disponibilità idrica dove costruire le nuove strutture.
Fonte: TecnoAndroid


