Con il recupero del suo primo razzo riutilizzabile, la Cina ha compiuto un passo che fino a poco tempo fa sembrava riservato quasi solo agli americani. Venerdì, nel Mar Cinese Meridionale, il colosso statale che sviluppa la famiglia di razzi Long March ha annunciato di aver recuperato per la prima volta un booster orbitale, e lo ha fatto con un metodo tutto suo che merita attenzione.
La missione è partita con il decollo del Long March 10B dal centro di lancio commerciale di Wenchang, sull’isola di Hainan, la provincia più a sud del Paese. Alto circa 63,6 metri e spinto da sette motori alimentati a cherosene, il razzo si è staccato da terra alle 12:15 ora locale. Una decina di minuti dopo il booster è tornato giù dallo spazio guidandosi da solo dentro una struttura a quattro gambe montata su una nave al largo. A catturarlo ci hanno pensato dei cavi tesi a formare una griglia sopra l’imbarcazione, che hanno trattenuto il razzo a mezz’aria mentre spegneva i motori di atterraggio. Nel frattempo lo stadio superiore ha proseguito verso l’orbita, rilasciando un carico noto soltanto come CX-26. Le autorità cinesi hanno parlato di un “successo completo”.
Con questo atterraggio, la China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC) e la sua controllata, la China Academy of Launch Vehicle Technology (CALT), diventano la terza realtà al mondo a riuscirci. Prima di loro c’era stata SpaceX, con il Falcon 9 nel 2015 e con il booster Super Heavy di Starship nel 2024, e poi Blue Origin, che aveva fatto atterrare il suo New Glenn su una piattaforma al largo lo scorso mese di novembre.
Un metodo diverso per recuperare i booster
Qui sta la parte interessante. SpaceX e Blue Origin usano l’atterraggio propulsivo per riportare i loro booster su piattaforme o piazzole a terra. Con Starship, invece, SpaceX ha inaugurato la cattura al volo grazie a due braccia meccaniche montate sulla torre di lancio. Il Long March 10B mette insieme le due cose: una nave che galleggia lungo la traiettoria di rientro e una tecnica di cattura simile a quella di Starship. Il vantaggio è concreto, perché così il razzo non deve portarsi dietro il peso extra delle gambe di atterraggio e, recuperandolo a valle, consuma meno carburante nella discesa.
La CASC ha spiegato che il volo di test ha “validato tecnologie chiave” per un’architettura di lancio riutilizzabile: riaccensioni multiple dei motori ad alta quota, navigazione e controllo di precisione, e appunto la prima cattura con sistema a rete su piattaforma marina. Il razzo è a due stadi, con sette motori YF-100K a cherosene e ossigeno liquido sul booster e un singolo YF-219 a metano sul secondo stadio. La capacità di carico si aggira sulle 16 tonnellate in orbita bassa, un po’ meno del Falcon 9. Il primo test di riutilizzo effettivo del primo stadio è atteso entro la fine di quest’anno.
La corsa verso la Luna e il confronto con gli Stati Uniti
Il Long March 10B è parente stretto del Long March 10A, ancora in attesa del primo volo a piena scala e pensato per portare equipaggi alla stazione Tiangong con la nuova capsule Mengzhou. La versione più pesante, chiamata semplicemente Long March 10, è invece il cuore del programma lunare cinese: tre booster riutilizzabili insieme per spingere astronauti e lander verso la Luna, con l’obiettivo dichiarato di arrivarci entro il 2030.
Sul fronte del confronto con gli americani, la Cina resta la seconda potenza spaziale al mondo, ma le aziende statunitensi lanciano circa il doppio delle volte. I militari americani guardano con attenzione a questi progressi. “Sono preoccupato per quando i cinesi capiranno come fare lanci riutilizzabili”, aveva dichiarato il maggior generale Brian Sidari della Space Force. Charles Galbreath, colonnello in pensione, lo ha detto senza troppi giri di parole: “Chiaramente ammirano il lavoro di SpaceX e cercano di replicarlo”. Prima di questo successo, sia LandSpace con il suo Zhuque-3 sia un altro costruttore statale con il Long March 12A avevano provato a recuperare i booster senza riuscirci, con schianti al suolo durante la discesa.