La strategia europea di Chery sta cambiando marcia in modo evidente. Il costruttore cinese ha inaugurato a Cornellà de Llobregat, poco fuori Barcellona, il suo primo centro operativo regionale al di fuori della Cina, e dai vertici aziendali il messaggio è piuttosto chiaro: il piano industriale per il vecchio continente è solo all’inizio e prevede l’apertura di nuovi siti produttivi attraverso accordi con altri costruttori già presenti sul territorio.
Il polo di Cornellà non è un semplice ufficio di rappresentanza. Si tratta del primo hub internazionale della casa di Wuhu, che riunirà sotto un unico tetto funzioni operative, ricerca e sviluppo, gestione della supply chain, compliance normativa, finanza e affari pubblici. Praticamente il cervello pensante di tutte le attività del marchio nei mercati europei, affiancato da un istituto di R&D progettato per adattare prodotti e tecnologie alle esigenze dei clienti europei e alle regole comunitarie.
I numeri rendono bene l’idea del perché Chery stia accelerando così tanto. L’azienda ha iniziato a vendere in Europa nel 2023 e ha già superato la soglia dei centomila clienti serviti nel continente. Nel 2025 le immatricolazioni sono praticamente esplose: da poco più di 17.000 unità nel 2024 si è passati a quasi 120.147, una crescita che sfiora il 600%. Numeri che giustificano ambizioni di un certo peso.
Barcellona non basta: Chery cerca capacità produttiva in tutta Europa
L’accordo già attivo con Ebro, grazie al quale Chery ha rimesso in funzione il vecchio stabilimento Nissan di Zona Franca a Barcellona, punta a raggiungere quota 200.000 vetture l’anno entro il 2029. Un traguardo importante, ma non sufficiente. Lo hanno ammesso gli stessi dirigenti durante un evento a Parigi organizzato per il lancio dei marchi Omoda e Jaecoo sul mercato francese: la capacità produttiva iberica non riuscirà a coprire la domanda, né a neutralizzare l’impatto dei dazi europei sulle auto elettriche cinesi, né tantomeno a rispettare i parametri sul contenuto locale che Bruxelles impone con fermezza crescente.
Il piano, illustrato da Lionel French Keogh, chief commercial officer per la Francia, prevede di cercare capacità produttiva aggiuntiva sfruttando impianti già esistenti di altri costruttori. Una scelta pragmatica, confermata dal chairman Yin Tongyue, che ha spiegato come il gruppo preferisca alleanze locali mirate piuttosto che investimenti massicci in fabbriche costruite da zero. I tempi richiedono pazienza, ha aggiunto, ma l’auspicio è quello di comunicare novità concrete nei prossimi mesi.
Nessun dettaglio sui potenziali partner, né sul numero di paesi coinvolti nelle trattative. Un’unica indicazione geografica è trapelata: la Francia figura tra le destinazioni possibili, un’informazione tutt’altro che casuale visto che proprio il mercato transalpino rappresenta una delle ultime grandi piazze europee dove Chery sta sbarcando ufficialmente.
Nuovi modelli in arrivo entro fine 2026
L’offensiva francese non si limiterà ai due marchi già noti. Entro il quarto trimestre del 2026 arriverà anche un modello con il badge Chery, e non è escluso che prima della fine dell’anno venga introdotto un piccolo SUV elettrico pensato specificamente per il segmento più combattuto del mercato europeo. Una mossa che posizionerebbe il costruttore cinese in diretta concorrenza con i protagonisti storici della categoria.
“Operare in Europa, con l’Europa, per l’Europa”: la formula ripetuta dai vertici durante la cerimonia di Barcellona sintetizza la filosofia con cui il gruppo vuole presentarsi agli stakeholder continentali. Zhu Shaodong ha sottolineato l’attenzione verso protezione dei dati, privacy, conformità normativa e sostenibilità, tutti temi sui quali Bruxelles non fa sconti. Yin Tongyue ha invece definito l’inaugurazione come “l’inizio di una nuova fase” nell’impegno continentale del brand. I prossimi mesi diranno quali costruttori accetteranno di aprire i cancelli dei propri stabilimenti al gigante di Wuhu.