Centrali nucleari galleggianti: la Russia ne sta facendo una realtà concreta, e non più un singolo esperimento da raccontare come curiosità. C’è una nave nucleare che da sola copre ormai il 60 per cento del fabbisogno elettrico di un intero distretto nella gelida regione di Chaun-Bilibino, arrivando persino a riscaldare le case dei civili. Quello che sembrava un caso isolato sta diventando un piano serio, con tanto di flotta in arrivo.
Il punto è che Mosca ha deciso di andare oltre. L’idea è costruire un vero e proprio network di centrali nucleari galleggianti, e il primo reattore di nuova generazione pensato per questo scopo è praticamente pronto. La logica è semplice: navi capaci di spostarsi e portare l’energia atomica proprio dove i combustibili fossili scarseggiano, o dove le rinnovabili faticano ad arrivare. Posti remoti, freddi, difficili da raggiungere con le infrastrutture tradizionali.
Il cuore del progetto è il reattore RITM-200C
A rendere possibile tutto questo c’è il reattore RITM-200C da 58 megawatt elettrici, appena uscito dagli stabilimenti di ZiO-Podolsk, una divisione del colosso di Stato Rosatom. Si tratta del primo dei due moduli che andranno a comporre l’unità energetica galleggiante chiamata FPU-106. Una volta assemblata, secondo quanto fa sapere la casa madre, sarà in grado di erogare complessivamente 106 megawatt elettrici.
Quello che colpisce è l’autonomia. Gli ingegneri hanno progettato questi sistemi puntando proprio sulla durata: i reattori avranno bisogno di un rifornimento di combustibile soltanto ogni 5 o 7 anni, con una vita utile che, salvo intoppi, potrebbe spingersi fino a 40 anni. Non poco, considerando dove andranno a operare. La scelta di questo modello, del resto, arriva direttamente dall’esperienza fatta con i reattori montati sui rompighiaccio russi, quelli che affrontano le condizioni estreme dell’Artico giorno dopo giorno.
Dal rame della Chukotka ai mercati esteri
Il progetto, ormai, è strutturato, e le prime applicazioni sono già definite. Si sa, per esempio, che questo nuovo reattore servirà a sostenere un importante polo industriale per l’estrazione del rame nella penisola di Chukotka. Niente di teorico, insomma: l’energia andrà dove serve davvero.
Ma Rosatom sta già guardando oltre i propri confini. C’è in cantiere una versione pensata per l’esportazione, da 100 megawatt elettrici, che avrà bisogno di rifornimenti ogni 10 anni e promette una longevità di addirittura 60 anni. Questa variante è quella destinata ai mercati esteri e alle aree costiere isolate sparse un po’ ovunque nel mondo, dove costruire una centrale tradizionale sarebbe complicato, costoso o semplicemente impensabile.
L’obiettivo, a quanto pare, è trasformare un’idea nata per necessità nelle zone più inospitali della Russia in un prodotto da vendere a chiunque abbia bisogno di energia stabile lontano dalla rete. E la FPU-106, con il suo reattore già completato, rappresenta il primo tassello concreto di questa strategia.