Fino a 60.000 euro ai benzinai per trasformare le vecchie pompe in colonnine elettriche o impianti per carburanti alternativi. È questa la cifra messa sul tavolo dal Governo con una proposta contenuta nel nuovo DDL Concorrenza, ancora in fase di bozza e quindi non definitivo, ma che dovrebbe arrivare all’approvazione entro luglio. Il punto centrale riguarda le stazioni di rifornimento sparse sul territorio, che dovranno cambiare pelle. A partire dal 1° gennaio 2028, infatti, non verranno più rilasciate autorizzazioni agli impianti che non offrono almeno un vettore energetico alternativo ai combustibili fossili. Chi non si adegua rischia di perdere l’autorizzazione a lavorare.
Quali sono i vettori energetici alternativi ammessi
La proposta di legge si aggancia al regolamento UE 2023/1804 e mette nero su bianco un ventaglio piuttosto ampio di alimentazioni alternative. Si parte dall’energia elettrica, si passa per l’idrogeno e si arriva all’ammoniaca. Nella lista rientrano anche i combustibili da biomassa, quindi il biogas nella sua forma gassosa o liquefatta, i biocarburanti avanzati e i combustibili sintetici rinnovabili. Spazio pure al gas naturale, sia compresso (GNC) sia liquefatto (GNL), oltre al biometano liquefatto o sintetico. Chiude l’elenco il gas di petrolio liquefatto, il classico GPL. Insomma, il campo delle possibilità è vasto e lascia ai gestori un certo margine di scelta su come muoversi.
Quanti soldi arrivano e da dove escono
Per accompagnare questa transizione dell’infrastruttura il Governo ha stanziato un fondo da 112 milioni di euro per il triennio 2028-2030, così suddivisi: 37 milioni per il 2028, altri 37 per il 2029 e 38 milioni per il 2030. Secondo la bozza attuale, i contributi pubblici andranno agli impianti situati nei centri abitati che scelgono una conversione totale. Vuol dire smontare le vecchie pompe per idrocarburi e sostituirle con colonnine di ricarica elettrica rapida da almeno 90 kW oppure con stazioni per biocarburanti. L’agevolazione copre fino al 50% delle spese, con un tetto di 60.000 euro per impianto, cifra che include sia la dismissione sia la costruzione della nuova infrastruttura.
Il discorso cambia nelle cosiddette aree interne, quei territori dove i servizi di rifornimento scarseggiano. Qui il contributo scatta anche quando si aggiunge la ricarica elettrica o un impianto di biocarburanti senza eliminare i carburanti tradizionali. In questo caso l’incentivo si dimezza, arrivando fino a 30.000 euro. E non finisce qui, perché i benzinai avranno anche l’obbligo di segnalare in modo chiaro ai clienti la presenza di carburanti ecologici ed e-fuels.
Resta da capire da dove salteranno fuori tutti questi soldi. La risposta sta nelle aste del 2026 per le quote di emissione di CO2, all’interno del sistema EU ETS. Funziona più o meno così: i governi europei mettono all’asta i permessi per immettere CO2 nell’atmosfera, permessi che poi vengono acquistati dalle aziende. I proventi di queste quote, gestite in Italia attraverso piattaforme autorizzate come il Gestore dei Servizi Energetici, il GSE, finiscono per finanziare progetti green. E la conversione delle stazioni di servizio rientra esattamente in questa categoria.