Chi guarda un film in salotto conosce bene quella lotta silenziosa con il telecomando: il volume che va su e giù di continuo, perché appena si capisce cosa dicono i personaggi arriva l’esplosione che fa tremare i muri. È diventata una scena quotidiana in milioni di case. Basta mettere su una saga d’azione come John Wick e la serata si trasforma in un braccio di ferro col telecomando. Si abbassa il suono per non restare sordi durante gli scontri a fuoco, e allora i dialoghi diventano un mormorio incomprensibile. Si alza per capire le battute, e la scena successiva garantisce una visita infastidita dei vicini. C’è un detto tra chi studia regia audiovisiva che spiega tutto: il pubblico perdona un’immagine sgranata o di bassa qualità, ma un cattivo audio non lo perdona mai.
Il rango dinamico spiegato senza fronzoli
Per capire da dove nasce questo problema che rovina le serate a tanti spettatori serve entrare un attimo nel tecnico, con un concetto chiave chiamato rango dinamico. In parole povere, è la distanza di volume tra il suono più tenue di un film, tipo un sussurro, e l’effetto più fragoroso, come una deflagrazione. Le pellicole moderne vengono mixate apposta per le grandi sale cinematografiche, ambienti che sfruttano al massimo questo enorme intervallo. Nei cinema ci sono decine di altoparlanti ad alta fedeltà, e il suono viaggia su canali separati che arrivano fino a otto. I canali centrali si occupano quasi solo delle voci degli attori, mentre quelli laterali e posteriori creano l’immersione con effetti e colonna sonora.
Il guaio arriva quando quello stesso mix, pensato per una sala immensa, finisce nel salotto di casa. Un televisore normale ha di solito due piccoli altoparlanti stereo. Così è costretto a prendere quegli otto canali e a farli passare per un imbuto acustico per stiparli in due soli canali. Con questa compressione aggressiva il canale delle voci finisce sepolto sotto la musica e gli effetti assordanti. Il film mantiene il suo rango dinamico originale, ma la TV non sa come gestirlo. E la colpa non è solo dei televisori domestici. Grandi nomi del settore, come il progettista del suono Walter Murch, celebre per il lavoro su capolavori come Apocalypse Now, indicano che il vero problema oggi è l’assenza totale di limiti tecnici. Un tempo, con l’analogico, i registi dovevano scegliere se far risaltare la voce, la musica o un effetto. Adesso, grazie all’audio digitale, possono infilare decine di tracce che suonano tutte insieme al massimo. Questa libertà ha finito per creare una specie di muro di suono in cui i dialoghi devono lottare con tutto il resto per farsi sentire.
Attori che mormorano e streaming che comprime
A questo ambiente già saturo si aggiunge una moda recitativa piuttosto discussa, il cosiddetto Mumble Acting. Nella ricerca di un maggiore realismo, molti attori di oggi non si sforzano nemmeno di scandire le parole, preferendo mormorare e sussurrare le battute per un tocco supposto più naturale. Non è un fenomeno solo straniero: anche in produzioni spagnole la dizione di parecchi interpreti è stata criticata parecchio, costringendo il pubblico ad attivare i sottotitoli. Attori consacrati come José Sacristán hanno riflettuto sulla questione, ricordando l’ironica proposta di chi chiedeva un premio “al miglior giovane attore che si riesca a capire”.
Le piattaforme di streaming mettono l’ultimo chiodo alla bara sonora con i loro algoritmi e compressori audio. Per garantire che il film carichi in fretta e la connessione non si interrompa, comprimono ancora di più la qualità della traccia. Se ci si mette anche l’accento chiuso di serie come Peaky Blinders, i sottotitoli diventano quasi obbligatori.
Per fortuna qualche rimedio c’è. Il più semplice e gratuito è entrare nelle impostazioni del televisore e attivare modalità audio dedicate. Il nome cambia a seconda della marca, ma bisogna cercare voci tipo Modalità notte, Miglioramento dialoghi, Clear voice o Compressione del rango dinamico. Questi strumenti abbassano in automatico le esplosioni e alzano i sussurri, riportando tutto a un punto d’equilibrio. Si perde un po’ di spettacolarità, ma si guadagna in comprensione e pace coi vicini. Chi vuole fare un passo in più può puntare su una soundbar con almeno tre canali, dove quello centrale è dedicato solo alle voci umane. Restano poi gli equalizzatori sul computer o le cuffie, anche se queste ultime complicano la serata condivisa con amici, famiglia o partner davanti al film. E se dopo tutti questi accorgimenti la pellicola resta incomprensibile, non resta che accettare che il regista ha voluto che l’atmosfera assorbisse ogni cosa, godendosi il fragore così com’è stato concepito.