I minerali di conflitto restano un nodo spinoso per Apple, che torna a difendersi pubblicamente sulla questione. Nel nuovo Form SD relativo al 2025, la società di Cupertino ha messo nero su bianco di non aver trovato elementi capaci di collegare la propria filiera al finanziamento di gruppi armati nella Repubblica Democratica del Congo o nei Paesi che le stanno intorno. Una presa di posizione netta, almeno sulla carta. Ma le cose, come spesso accade quando si parla di catene di fornitura globali, sono più complicate di così.
Cosa dice davvero Apple sui minerali 3TG
Il riferimento è ai cosiddetti minerali 3TG: stagno, tantalio, tungsteno e oro. Apple chiarisce di non comprare questi materiali grezzi direttamente dai siti di estrazione, ma di affidarsi a un sistema di controlli lungo tutta la filiera. In pratica, le fonderie e le raffinerie individuate devono sottoporsi ogni anno a un audit indipendente, condotto da terze parti. E se qualcuna di queste non rispetta gli standard richiesti? L’azienda dice di muoversi attraverso i propri fornitori per chiudere i rapporti commerciali con chi non è in regola.
Fin qui la teoria. Il problema è che lo stesso documento ammette un limite non da poco: Apple non sempre riesce a stabilire da quali Paesi arrivino davvero i minerali contenuti nei singoli componenti dei suoi prodotti. Il motivo è tecnico ma decisivo. Le fonderie comunicano i dati sull’origine in forma aggregata, riferiti cioè a tutto il materiale che lavorano per l’insieme dei loro clienti, non alla porzione che finisce nella catena di fornitura Apple. Tradotto: la tracciabilità resta parziale.
Per questo motivo il colosso di Cupertino non può escludere del tutto che i 3TG presenti nei suoi dispositivi abbiano avuto origine proprio dalla Repubblica Democratica del Congo o dalle aree confinanti. Lo scrive direttamente nel documento, pur ribadendo di non aver individuato collegamenti tra le fonderie identificate e il sostegno a gruppi armati.
La causa del 2025 e i precedenti
Il deposito di questo Form SD non arriva a caso. Segue infatti una causa avviata nel novembre 2025 da International Rights Advocates. Al centro dell’azione legale ci sarebbero tre fonderie cinesi, presenti nella lista dei partner della filiera Apple, accusate di aver lavorato coltan estratto, secondo l’organizzazione, in zone controllate da gruppi armati nella Repubblica Democratica del Congo. Materiale che sarebbe poi stato contrabbandato attraverso il Ruanda.
Non è la prima volta che la questione finisce sotto i riflettori. Già nel 2024 Apple si era trovata a fronteggiare denunce depositate in Francia e Belgio. C’erano state pure proteste durante il lancio di iPhone 16, mentre il governo congolese aveva sollevato dubbi sull’efficacia del Supplier Code of Conduct dell’azienda, ossia il codice di condotta che dovrebbe regolare il comportamento dei fornitori.