Alibaba ha portato a casa un primo risultato concreto nella battaglia legale che la vede contrapposta al governo statunitense. Una giudice federale ha infatti ordinato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti di sospendere temporaneamente l’applicazione della legge che vieta ai lobbisti americani di intrattenere rapporti con la società cinese. La decisione arriva in attesa che venga esaminata la costituzionalità della misura, e rappresenta un piccolo ma significativo passo dopo la denuncia depositata a fine giugno.
La richiesta di uscire dalla blacklist del Pentagono
Tutto ruota attorno all’elenco 1260H del Pentagono, aggiornato lo scorso 8 giugno. Secondo l’amministrazione Trump, Alibaba sarebbe da considerare un’azienda militare cinese per via della sua presunta collaborazione con l’Esercito Popolare di Liberazione. Una classificazione pesante, perché comporta un divieto preciso: le società statunitensi che si occupano di attività di lobbying non possono avere alcun tipo di rapporto con chi finisce in quella blacklist.
Il colosso cinese però non ci sta. Ha denunciato il Dipartimento della Difesa e ha chiesto di essere rimosso dall’elenco, sostenendo di non avere nulla a che fare con i militari cinesi. Non solo. Ha anche presentato una mozione per ottenere la revoca delle restrizioni legate all’attività di lobbying. Il punto centrale della difesa è la libertà di parola: secondo Alibaba, quelle limitazioni le impediscono di far sentire la propria voce nei rapporti con il governo federale, dalla legislazione alla regolamentazione, passando per tutte le politiche che toccano da vicino il suo business.
La decisione della giudice e le reazioni
La giudice Eumi K. Lee ha dato ragione, almeno per ora, all’azienda. Ha ordinato al Pentagono di sospendere l’applicazione della norma sulle attività di lobbying finché non sarà stata valutata la costituzionalità dell’inserimento nella lista nera. Un pronunciamento accolto con soddisfazione dai vertici della società, che in una nota ufficiale hanno spiegato di essere lieti che, ai fini del divieto di contratti con i lobbisti, Alibaba non verrà trattata come un’azienda militare cinese e potrà contare su canali adeguati per comunicare le proprie posizioni e chiarire le questioni aperte. L’obiettivo dichiarato resta quello di dimostrare di non meritare affatto un posto nell’elenco 1260H.
Non tutti però la vedono allo stesso modo. Due politici statunitensi hanno scritto una lettera al Segretario della Difesa, Pete Hegseth, chiedendo di applicare in modo rigido la nuova restrizione. La loro tesi è netta: le aziende che lavorano per il Pentagono non dovrebbero mai avere contatti con lobbisti pagati da società cinesi finite nella blacklist. Una pressione politica che si somma a un braccio di ferro giudiziario ancora lontano dall’essere chiuso, con la questione della costituzionalità della misura che dovrà ora passare al vaglio del tribunale.