Il rover Curiosity della NASA ha messo gli occhi su qualcosa che sul suolo di Marte non si era mai visto a questa scala. Si tratta di un campo di poligoni a forma di nido d’ape che ricopre una vallata marziana chiamata Valle Grande, un vero e proprio mosaico geometrico che si estende a perdita d’occhio. Il rover aveva già fotografato in passato questa strana texture del terreno, note come fratture poligonali, ma sempre in piccole chiazze isolate. Qui invece siamo di fronte a tutt’altra storia.
Ognuno di questi poligoni misura più o meno tra i 4 e gli 8 centimetri di larghezza. Non enormi, insomma, ma quello che colpisce è la quantità. La NASA parla chiaro su questo punto: fino a oggi erano state trovate solo formazioni sparse, nulla che si avvicinasse alle dimensioni scoperte in Valle Grande. Il rover ha catturato un panorama a 360 gradi di questo cosiddetto mare di poligoni tra il 19 e il 20 giugno, che nel calendario marziano corrispondono ai sol 4.930 e 4.931. Le immagini mostrano la texture che si irradia in ogni direzione, come una distesa infinita di piastrelle naturali.
Un possibile indizio sull’acqua nel passato del Pianeta Rosso
Ashwin Vasavada, project scientist della missione, ha spiegato che il team ha misurato con cura le forme e la composizione chimica di queste strutture. La speranza è che nei dati raccolti si nascondano indizi su come si siano formate. E qui entra in gioco la parte più intrigante della vicenda, perché tutto porta a pensare all’acqua.
Miliardi di anni fa, secondo la NASA, laghi e ruscelli punteggiavano le pendici più basse del Monte Sharp, una montagna alta cinque chilometri che Curiosity sta scalando dal 2014. Questo tipo di terreno potrebbe suggerire che anche in Valle Grande, un tempo, ci fosse acqua. L’ipotesi si basa proprio sulle chiazze di poligoni già osservate in precedenza, che raccontano una storia interessante.
Alcuni dei poligoni individuati dalla missione negli anni passati si sono formati chiaramente come crepe nel fango. Ma non è l’unica spiegazione possibile. A generare queste texture a nido d’ape possono contribuire processi diversi. Tra questi ci sono i cicli di temperature calde e fredde che si alternano, oppure la compressione che ha spremuto l’acqua fuori dai sedimenti nel momento in cui la superficie veniva sepolta. Meccanismi differenti, quindi, che portano però a un risultato visivo sorprendentemente simile.
Il fatto che Marte continui a restituire immagini di questo tipo rende il lavoro del rover ancora più prezioso. Ogni scatto aggiunge un tassello alla comprensione di un pianeta che, in un passato lontanissimo, sembrava assai più simile alla Terra di quanto oggi possiamo immaginare guardando la sua superficie arida e polverosa. Le analisi chimiche condotte da Curiosity su questa distesa geometrica potrebbero dire molto sulle condizioni ambientali che regnavano da queste parti quando l’acqua scorreva davvero.


