Il GPS lo diamo per scontato, come l’aria che respiriamo. Basta aprire una mappa sullo smartphone, chiamare un’auto con un’app, controllare quanto manca all’arrivo del corriere e il gioco è fatto. Sembra tutto gratuito, e in un certo senso lo è per chi lo usa. Ma dietro quella freccia blu che si muove sullo schermo c’è un’infrastruttura enorme, che qualcuno deve mantenere in piedi ogni anno, con costi tutt’altro che simbolici. E la domanda vera è proprio questa, chi tira fuori i soldi.
Perché di dispositivi che sfruttano il segnale satellitare ce ne sono davvero tanti, parliamo di oltre 6 miliardi sparsi in giro per il pianeta. Telefoni, navigatori, orologi, sensori nelle auto, macchinari agricoli. Tutta roba che si aggancia a un sistema che continua a funzionare senza chiedere nulla in cambio all’utente finale. Eppure quel sistema, i satelliti, le stazioni di controllo a terra, la manutenzione continua, ha un prezzo. E quel prezzo, ogni singolo anno, va pagato per intero.
Negli Stati Uniti pagano i contribuenti, in Italia la faccenda cambia
Qui arriva la parte interessante. Il GPS nasce come sistema militare americano, e ancora oggi resta sotto il controllo del governo degli Stati Uniti. Questo significa una cosa molto concreta, sono i contribuenti americani a coprire la spesa. Ogni cittadino statunitense, che lo sappia o meno, contribuisce con le sue tasse a tenere accesa un’infrastruttura che poi usa mezzo mondo senza sborsare un centesimo. Un paradosso che pochi conoscono davvero.
In Italia, però, la storia è diversa da come molti la immaginano. Quando si pensa alla navigazione satellitare qui da noi, spesso si dà per scontato che tutto passi ancora dal sistema americano. La realtà è più articolata, perché l’Europa ha investito parecchio per costruire una propria alternativa e ridurre la dipendenza da un’infrastruttura controllata da un altro continente. Il tema del finanziamento pubblico di questi servizi, insomma, non è affatto uniforme da una parte all’oltre dell’oceano.


