ChatGPT non permette più di scrivere testi imitando lo stile di un autore vivente. È una modifica arrivata quasi in punta di piedi, senza annunci in pompa magna, che blocca la possibilità di riprodurre fedelmente la voce narrativa di uno scrittore famoso. Al suo posto il chatbot propone qualcosa di diverso, ovvero testi originali che si ispirano alle caratteristiche generali di un genere o di una certa atmosfera, ma senza copiare nessuno.
La differenza, in pratica, è sottile ma decisiva. Prima bastava chiedere una pagina scritta come farebbe un certo romanziere e il risultato arrivava. Ora la macchina prende le distanze, quasi si scusa, e spiega che sta facendo un’altra cosa.
OpenAI cambia le regole senza dirlo a nessuno
Alcune prove hanno mostrato bene come funziona il nuovo comportamento. Chiedendo a ChatGPT di riscrivere la scena iniziale dell’Odissea nello stile di Stephen King, la risposta è chiara nel prendere le distanze. Il chatbot spiega di offrire una reinterpretazione originale dell’incipit che richiama alcuni tratti tipici dello scrittore, come l’atmosfera inquietante, l’introspezione psicologica e quel senso crescente di minaccia che lo contraddistingue. E poi precisa, quasi a scanso di equivoci, che non si tratta di una copia dello stile ma di un testo originale ispirato ad alcune sue caratteristiche narrative.
Il punto interessante è che la limitazione sembra colpire solo gli autori ancora in vita. Provando a chiedere qualcosa nello stile di figure storiche come Christopher Marlowe o William Shakespeare, la richiesta viene portata a termine senza alcun problema. Come dire, per i classici del passato nessuna barriera.
Interessante anche il confronto con le altre piattaforme di intelligenza artificiale. Gemini esegue la richiesta senza troppe storie, andando dritto al punto. Claude e Microsoft Copilot accettano di lavorare sul testo, però ci mettono davanti avvisi e disclaimer vari. Il più rigido di tutti resta Perplexity AI, che rifiuta di imitare chiunque, sia gli scrittori viventi sia quelli ormai scomparsi.
La questione del diritto d’autore
Dietro questa scelta di OpenAI c’è probabilmente un motivo molto concreto, legato alle grane legali. Nel 2023 George R. R. Martin e altri autori di peso hanno aderito a una class action contro l’azienda. L’accusa era pesante, ovvero aver usato i loro libri senza permesso durante l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.
Limitare la possibilità di riprodurre fedelmente lo stile degli scrittori sembra dunque una mossa difensiva. Un modo per mettersi al riparo dai rischi collegati alle violazioni del diritto d’autore, che negli ultimi tempi hanno iniziato a pesare sempre di più sulle aziende che sviluppano questi strumenti. Meno margine per copiare la voce di un autore vivo significa, in teoria, meno appigli per chi vuole portare la faccenda davanti a un giudice.


