I cavi sottomarini sono il vero scheletro di internet, e per capirlo basta guardare in fondo all’oceano invece che verso i satelliti o le antenne 5G. Più del 95% del traffico dati mondiale passa da lì, da una rete di fibra ottica immersa nell’acqua che tiene in piedi transazioni finanziarie miliardarie, lo streaming che guardiamo ogni sera e persino le infrastrutture che alimentano l’intelligenza artificiale. Per anni questa ragnatela sommersa è stata gestita quasi in esclusiva dagli operatori telefonici. Adesso il comando è passato di mano.
Cavi sottomarini: da inquilini a padroni del fondale
Il cambiamento è arrivato per una ragione semplice: il volume di dati da spostare è cresciuto a una velocità che il modello delle vecchie compagnie telefoniche non riusciva più a reggere. Nell’ultimo decennio la capacità sottomarina usata dalle grandi aziende tecnologiche è saltata da un modesto 10% al 71% del totale. A quel punto passare da affittuari a proprietari è diventato quasi obbligato, l’unico modo per garantire che il cloud continuasse a funzionare.
I numeri raccontano un dominio ormai schiacciante. Gli hyperscaler, cioè quelle multinazionali americane che hanno riscritto le regole del gioco negli abissi, hanno preso il controllo di questa infrastruttura critica. Google da sola partecipa o possiede in solitaria oltre 30 cavi sottomarini, mentre Meta, Microsoft e Amazon continuano a stendere i propri. Il colosso di Mountain View ha già rotte esclusive come Curie, Dunant o Grace Hopper, un segnale chiaro della svolta verso l’hardware privato.
E non finisce qui. C’è anche un ridisegno geopolitico delle rotte. Meta sta spingendo il suo ambizioso progetto Waterworth, un sistema destinato a diventare il cavo sottomarino più lungo del mondo. Collegherà gli Stati Uniti ai mercati emergenti dell’emisfero sud, evitando deliberatamente l’Europa e zone instabili come il Mar Rosso. È stato un assalto in piena regola, che ha di fatto spinto fuori gli operatori dal ruolo di fornitori. Se prima i cavi si tracciavano per unire centri abitati, oggi si costruiscono per collegare data center.
L’Europa e una minaccia che arriva dal profondo
Questa concentrazione di potere è diventata un tema di dibattito nel Vecchio Continente. L’Europa resta la regione con il maggior numero di cavi di approdo al mondo e dipende da queste vie per instradare due terzi della sua connettività verso l’esterno. Ma senza hyperscaler capaci di competere sul piano degli investimenti in territorio europeo, l’Unione si trova in una posizione fragile davanti agli interessi delle aziende statunitensi. Da qui la scelta di mettersi sulla difensiva.
C’è poi un altro nodo, forse il più delicato: la geopolitica attuale. Gli Stati Uniti da anni esercitano pressioni per soffocare i contratti alle aziende cinesi, riducendone la partecipazione ai progetti globali per timori di spionaggio. Nel frattempo l’Europa ragiona su come ricostruire la propria indipendenza digitale e cerca di trasformare le telecom in baluardi di difesa.
E poi c’è la fragilità fisica di questi cordoni davanti ai sabotaggi. La Russia ha intensificato le pattuglie sottomarine sulle rotte più importanti, usando navi spia attrezzate per tagliare o intercettare le linee. Gli incidenti irrisolti nel Baltico hanno confermato che il fondale marino è ormai un teatro attivo della guerra ibrida.
E davanti a un attacco simultaneo su larga scala? La risposta è tutt’altro che rassicurante. Nel mondo operano appena una ottantina di navi dedicate alla posa e alla riparazione di questi cavi. L’Europa, per giunta, oggi non dispone di una flotta con la tecnologia adatta a proteggere le rotte transoceaniche in luoghi come l’Artico.
Qualche carta da giocare, però, resta. Il continente conserva asset industriali importanti sul proprio territorio. Un esempio è Alcatel Submarine Networks, che continua a dominare l’installazione a livello mondiale. Poi ci sono Orange Marine o Sparkle, che gestiscono squadre di manutenzione. Investire risorse per proteggere queste aziende è diventato una necessità, se non si vuole che la rete finisca interamente in mani straniere.


