A quasi 1.700 metri di profondità, nel mare di Norvegia, riposa qualcosa di più di un semplice relitto. Il sottomarino nucleare Komsomolets conserva ancora al suo interno il reattore che lo spingeva e due siluri armati con testate atomiche, chiusi in una carcassa che da decenni fa i conti con acqua salata, pressione e corrosione. Non è finito laggiù per una missione segreta o un test andato male, ma dopo un incidente che ha trasformato una delle grandi imprese navali dell’Unione Sovietica in un problema che ancora oggi si cerca di capire fino in fondo.
La storia non si è chiusa quando lo scafo ha toccato il fondo. Il reattore rilascia radionuclidi in episodi sporadici, un comportamento che gli studi attuali sono riusciti a osservare e misurare con molta più precisione rispetto agli anni Novanta. Queste emissioni finora non hanno provocato un impatto ampio sull’ecosistema marino, ma il punto interrogativo resta.
Un gioiello dell’ingegneria sovietica finito in fondo al mare
Prima di diventare un relitto, il Komsomolets era stato una delle scommesse più ambiziose dell’ingegneria navale sovietica. Entrò in servizio nel 1983 con uno scafo resistente in titanio e la capacità di operare oltre i 1.000 metri di profondità, una quota eccezionale per un sottomarino militare dell’epoca. La NATO si aspettava che quel modello inaugurasse una nuova classe di sommergibili d’attacco, ma l’Unione Sovietica non costruì mai una seconda unità.
Il 7 aprile 1989 un incendio scoppiò in uno dei compartimenti mentre navigava nel mare di Norvegia. L’equipaggio riuscì a riportare il mezzo in superficie, ma il fuoco continuò a propagarsi e mise fuori uso diversi sistemi. Circa cinque ore dopo, il sottomarino affondò. Cinque marinai tentarono la fuga in una capsula che emerse in superficie, ma solo uno riuscì ad abbandonarla prima che si riempisse d’acqua. In tutto morirono 42 dei 69 uomini a bordo.
Cosa rischia davvero il relitto oggi
Quello che è rimasto a bordo potrebbe far pensare a un’esplosione nucleare, ma le valutazioni attuali non indicano una detonazione spontanea come il pericolo principale. Un’esplosione di quel tipo richiede che scattino meccanismi di armamento e innesco con una sincronizzazione molto precisa. La preoccupazione documentata riguarda piuttosto la corrosione, che potrebbe far uscire materiale radioattivo dal reattore o, in futuro, dalle armi.
L’intervento di contenimento scelto anni dopo non fu recuperare il sottomarino, ma isolare le sue zone più sensibili. Nel 1994 una spedizione russa usò sommergibili con equipaggio per sigillare con piastre di titanio i sei tubi lanciasiluri e alcune aperture della prua. L’obiettivo era ridurre la circolazione dell’acqua nel compartimento delle testate e limitare un’eventuale fuoriuscita di plutonio. Non fu una chiusura completa dello scafo, ma una misura che appariva ancora intatta quando il relitto venne ispezionato nel 2019.
Il ritorno al Komsomolets, decenni dopo, aveva uno scopo diverso: osservare e misurare, non sigillare di nuovo. Nel 2019 una spedizione scientifica inviò fin laggiù l’Ægir 6000, un veicolo comandato a distanza dotato di telecamere, bracci manipolatori e strumenti di campionamento. Il robot percorse diverse zone dello scafo e raccolse acqua, sedimenti e organismi vicino al reattore e al compartimento dei siluri, tutto senza esporre persone a quelle condizioni.
I risultati pubblicati quest’anno su PNAS hanno concluso che i gruppi che contengono il combustibile nucleare sono danneggiati e che l’acqua di mare ha raggiunto il materiale del reattore. Le analisi collegano questo deterioramento a emissioni intermittenti di radionuclidi, anche se i ricercatori stanno ancora cercando di capire i meccanismi esatti che le originano. Le concentrazioni più alte sono emerse vicino a un condotto di ventilazione e a una griglia lì accanto, ma il materiale si diluisce in fretta e ci sono poche prove di accumulo intorno al relitto. Non sono stati trovati nemmeno indizi di plutonio di grado militare proveniente dalle testate nella zona di prua.
Arrivare al Komsomolets non è impossibile: i sommergibili degli anni Novanta e le spedizioni successive hanno già dimostrato che a quella profondità si può lavorare. La difficoltà sta nel capire quale intervento porterebbe un miglioramento reale e quali rischi comporterebbe agire su una struttura nucleare danneggiata. Secondo quanto spiegato dall’autorità norvegese per la sicurezza nucleare, per ora non ci sono piani per una nuova operazione di contenimento. La strada scelta resta quella di tornare, misurare e sorvegliare come cambia un sottomarino che vive sott’acqua da quasi quarant’anni.