La Francia ha deciso di fare sul serio con il divieto delle reti sociali ai minori di 15 anni, diventando il primo Paese europeo ad approvare una misura di questa portata. Per anni aprire un profilo su una piattaforma è stato semplicissimo, bastava un indirizzo email, una password e una data di nascita dichiarata a caso. Dal 1 settembre, almeno sulla carta, questa abitudine cambierà per i più giovani. Il testo ha già superato il Parlamento, ma trasformarlo in qualcosa che funzioni davvero significa rispondere a domande parecchio più complicate, tipo come verificare l’età degli utenti e quali dati chiedere per dimostrarla.
Un voto quasi unanime e un calendario in due tempi
I numeri parlano chiaro. Le due camere francesi hanno dato il via libera con una maggioranza schiacciante, 243 senatori a favore e appena 2 contrari, mentre l’Assemblea Nazionale ha approvato il testo con 279 voti contro 81. Emmanuel Macron, tra i principali sostenitori della norma, ha festeggiato il fatto che la Francia sia diventata la prima in Europa su questo fronte. L’applicazione seguirà due fasi distinte, i nuovi account saranno vietati dal 1 settembre mentre la restrizione toccherà quelli già esistenti a partire da gennaio 2027. Tutto questo con una riserva non da poco, il calendario potrebbe ancora essere condizionato dal Consiglio Costituzionale.
La cosa interessante è che il divieto non arriva con una lista chiusa di piattaforme. Il testo non elenca i servizi uno per uno, ma rimanda alle definizioni europee di piattaforma online e di servizio di rete sociale. TikTok, Instagram e Snapchat sono i casi più evidenti, ma il confine si fa sfumato quando si parla di YouTube, WhatsApp, Reddit o Roblox, dove le funzioni sociali convivono con altri usi. Secondo quanto spiegato dalla deputata Laure Miller, in certi casi il controllo riguarderà solo alcuni strumenti specifici. Restano invece esplicitamente escluse le enciclopedie digitali e le directory a scopo educativo o scientifico.
Il peso ricade sulle piattaforme
Un punto importante riguarda chi paga in caso di violazioni. Il testo non prevede multe né sanzioni per i minori o per i loro genitori. La responsabilità ricade tutta sulle aziende, che dovranno verificare l’età degli iscritti, bloccare le nuove registrazioni fuori limite e chiudere gli account coinvolti al termine del periodo di transizione. La ministra per gli Affari Digitali, Anne Le Hénanff, sostiene che i tempi siano realistici perché gli strumenti di verifica dell’età esistono già e altri sono in fase di sviluppo.
Settembre sarà il vero banco di prova. La data lascia alle piattaforme appena qualche settimana estiva per trasformare un obbligo di legge in controlli funzionanti fin dall’inizio dell’anno scolastico. E la difficoltà non è solo intercettare i minorenni, ma verificare anche che tutti gli altri utenti superino il limite senza creare un processo ingestibile. Durante il dibattito diversi parlamentari hanno messo in dubbio che un sistema così complesso possa essere operativo in tempi tanto stretti, citando come esempio il caso dell’Australia.
La privacy resta il nodo
Poi c’è la questione della privacy, tutt’altro che secondaria. Controllare se una persona ha compiuto 15 anni non dovrebbe per forza richiedere di rivelare l’intera identità. Una delle strade proposte dal settore consiste nello spostare la verifica sullo stesso telefono, invece di chiedere documenti separati per ogni app. L’idea punta a ridurre la circolazione di dati personali tra i vari servizi, anche se non è chiaro nel dettaglio come funzionerebbe né quali informazioni conserverebbe ciascun attore.
Nel frattempo anche la Spagna si sta muovendo su un terreno simile. Pedro Sánchez ha annunciato il 3 febbraio 2026 che il suo Governo avrebbe spinto per vietare l’accesso alle reti sociali ai minori di 16 anni, con sistemi di verifica dell’età davvero efficaci. L’Esecutivo ha spiegato all’inizio del mese di aver presentato emendamenti per inserire la misura nel Progetto di Legge Organica per la protezione dei minori negli ambienti digitali. Al momento la proposta è ancora ferma alla Commissione Giustizia del Congresso, in fase di relazione. La Francia è stata la prima in Europa a portare un divieto di questo tipo fino all’approvazione parlamentare, dopo che l’Australia aveva aperto la strada su scala mondiale.