Il momento più complicato della carriera di Oliver Blume ai vertici del Gruppo Volkswagen è arrivato con una sconfitta pesante, di quelle che lasciano il segno. Durante una riunione tesissima del Consiglio di Sorveglianza a Wolfsburg, il CEO del colosso tedesco si è visto respingere il suo piano di ristrutturazione con un verdetto secco, 12 a 7. Sul tavolo c’era una proposta enorme, la chiusura di quattro stabilimenti in Germania e il taglio di 100.000 posti di lavoro. Tutto bloccato dalla cosiddetta Legge Volkswagen, la Volkswagen-Gesetz, che continua a pesare sulle decisioni del gruppo come poche altre norme al mondo.
Blume diventa così il primo amministratore delegato nella storia dell’azienda a incassare una bocciatura totale su un piano strategico di simili dimensioni. Il meccanismo è tanto semplice quanto implacabile, perché la legge richiede una maggioranza dei due terzi per dare il via libera alla chiusura degli impianti protetti. In pratica un diritto di veto permanente nelle mani dei lavoratori e delle istituzioni locali. I 12 voti contrari sono arrivati dal blocco sindacale, guidato dalla presidente del comitato aziendale Daniela Cavallo, e dai delegati del Land della Bassa Sassonia. I 7 favorevoli invece dalla rappresentanza degli azionisti, con un seggio rimasto vuoto.
Un errore politico che pesa sul futuro di Volkswagen
Il governo della Bassa Sassonia, che detiene il 20% dei diritti di voto, ha fatto esattamente quello che aveva promesso. Il ministro Olaf Lies aveva avvertito chiaramente che la politica locale non avrebbe mai accettato la chiusura degli stabilimenti come scorciatoia. E qui sta il vero passo falso di Oliver Blume, aver presentato una manovra così drastica senza costruire prima un minimo di consenso attorno a sé. Un errore di calcolo che rischia di costargli davvero caro.
La scena ricorda parecchio quanto accaduto al suo predecessore, Herbert Diess, fatto fuori nel 2022 proprio nel pieno di uno scontro durissimo con il sindacato IG Metall sui tagli. Blume era arrivato al comando promettendo dialogo, ma ha finito per sbattere contro gli stessi muri strutturali. Nel frattempo cresce il malumore, silenzioso ma reale, delle famiglie Porsche e Piëch, che controllano oltre metà dei diritti di voto. Con il titolo Volkswagen e Porsche AG ai minimi degli ultimi 16 anni, i fondatori hanno visto svanire decine di miliardi di euro. Eppure, come nota l’esperto di governance Christian Strenger, l’assetto azionario rende quasi impossibile qualsiasi svolta radicale, perché la proprietà vuole risultati ma non intende toccare i dividendi trimestrali.
Cosa resta del maxi-piano di ristrutturazione
A peggiorare le cose c’è l’isolamento crescente di Blume dentro il management, con i vertici di marchi pesanti come Audi e Porsche che avrebbero iniziato a prendere le distanze. Bocciata la parte più dura, al CEO sono rimaste solo le misure che non avevano bisogno del via libera vincolante del Consiglio. Così è stato costretto a ripiegare su un ridimensionamento interno della produzione.
Il taglio della gamma arriva al 50% dei modelli a listino, mentre le personalizzazioni scendono fino al 75% tra varianti e configurazioni per i clienti. La capacità produttiva globale cala a 9 milioni di veicoli all’anno, contro i 12 milioni dell’epoca pre pandemia. Tutto questo nel trimestre peggiore del suo mandato, con le consegne mondiali giù dell’8,6% e un utile netto crollato del 28%, fermo a 1,56 miliardi di euro. Blume ha provato a raccontare il pacchetto come la ristrutturazione più profonda mai vista in azienda, ma per molti osservatori resta un semplice palliativo in attesa della prossima resa dei conti.