Un robot umanoide ha portato a termine per la prima volta nella storia un intervento di chirurgia laparoscopica, aprendo uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava confinato ai film di fantascienza. A riuscirci è stato un gruppo di ricerca dell’Università della California a San Diego, che ha usato il modello Unitree G1, un umanoide di uso generale venduto a un prezzo decisamente più contenuto rispetto alle macchine progettate solo per la sala operatoria.
Oggi, quando si parla di robotica chirurgica, il riferimento è quasi sempre il sistema da Vinci. Efficace, sì, ma anche costosissimo. Servono materiali di consumo dedicati, contratti di manutenzione, corsi di formazione. Il risultato è che pochi ospedali possono davvero permetterselo. Ecco perché l’idea di sfruttare un umanoide capace di fare più cose, e non solo operare, sta suscitando così tanto interesse. Un corpo simile a quello umano potrebbe infatti usare direttamente gli strumenti e le sale già pensate per le persone.
Robot umanoide: come si è svolto il test sui maiali
L’esperimento ha previsto due operazioni, entrambe una colecistectomia laparoscopica su maiali vivi, condotte nel Centro di Simulazione Chirurgica dell’ateneo sotto la supervisione di un veterinario per l’anestesia. Nel primo caso a lavorare è stata una squadra formata da un robot e da un assistente umano. Nel secondo, invece, due umanoidi hanno operato in parallelo. In entrambe le situazioni i chirurghi hanno guidato le macchine da remoto, senza dover ricorrere alla chirurgia tradizionale né a quella aperta.
Una cosa interessante è che i robot non hanno usato strumenti costruiti apposta per loro. Hanno impiegato normali strumenti laparoscopici da mercato, gli stessi che finiscono nelle mani dei chirurghi, tenuti fermi grazie a un supporto adattato. Non tutto però è stato affidato alla macchina. Alcuni passaggi delicati, come chiudere il dotto cistico con una pinza o legare l’arteria cistica, sono rimasti nelle mani del chirurgo umano, semplicemente perché non esistevano ancora strumenti robotici adatti allo scopo.
I problemi ancora sul tavolo
Il test ha però messo in luce diversi limiti. Ci sono state interruzioni ripetute, alcune superiori ai tre minuti, ogni volta che bisognava far riconoscere al robot la posizione del punto di appoggio, riposizionarlo o cambiare gli strumenti. Due stop nella prima operazione, tre nella seconda. La scarsa forza e la ridotta ampiezza di movimento hanno costretto a continui aggiustamenti, tenendo il chirurgo sempre in allerta.
Parte delle interruzioni è dipesa dallo spostamento del trocar inserito nella parete addominale, che funge da fulcro. Il respiro del maiale e una leggera deriva del robot ne modificavano la posizione. A questi si sono aggiunti problemi di visuale, comportamenti imprevisti degli strumenti e un surriscaldamento intermittente. Anche la sterilizzazione resta un nodo aperto, dato che i guanti applicati sulle braccia non bastano a garantire i protocolli asettici richiesti in chirurgia umana.
Nei test di laboratorio la precisione si era fermata a 1,3 mm nei movimenti lineari, ma saliva a 10,4 mm in quelli circolari, lontano dal millimetro dei robot specializzati. Il ritardo tra mano dell’operatore e macchina era di circa 156 millisecondi, appena sopra la soglia desiderata. Come spiega Shanglei Liu, il chirurgo che ha manovrato la macchina, costo e ingombro si riducono a una minima parte rispetto ai sistemi dedicati. Per questo, secondo lui, macchine simili sarebbero facili da portare in zone remote, sui campi di battaglia e perfino nello spazio.