C’è una nuova fase della materia che ha messo in difficoltà persino chi l’ha scoperta, al punto che i nomi delle particelle coinvolte restano ancora tutti da inventare. È successo grazie a un lavoro di ingegneria quantistica condotto su atomi ultrafreddi, dove è emerso uno stato collettivo che nessuno aveva mai osservato prima. E quando i ricercatori stessi faticano a trovare le parole giuste per descrivere quello che hanno visto, di solito significa che si è davanti a qualcosa di grosso.
Il protagonista sul fronte sperimentale è Hanns-Christoph Nägerl, che di fronte alla necessità di dare un nome a queste entità se n’è uscito con un dubbio quasi disarmante nella sua sincerità. «Forse “super-fermioni”?» ha proposto, lasciando intendere quanto il territorio esplorato sia ancora vergine. Non capita spesso che un fisico si trovi senza una definizione pronta, e proprio questo imbarazzo terminologico racconta meglio di tante formule la portata di ciò che il suo gruppo è riuscito a mettere insieme.
Il lavoro teorico dietro la scoperta sugli atomi ultrafreddi
Dietro l’esperimento c’è un intreccio tra pratica e teoria che ha reso possibile l’intera faccenda. La parte teorica porta la firma di Alvise Bastianello, ricercatore del CNRS, il cui contributo ha permesso di inquadrare quello che accadeva a livello di atomi ultrafreddi. Il risultato è finito sulle pagine di Physical Review Letters, una delle riviste di riferimento quando si parla di risultati solidi nel campo della fisica quantistica.
Lavorare con la materia a temperature così basse permette di osservare comportamenti che alle condizioni normali sarebbero del tutto invisibili. È proprio in questo scenario estremo che è comparso lo stato collettivo mai documentato prima, una configurazione in cui le particelle si comportano in modo diverso da tutto ciò che era stato catalogato fino a oggi. Da qui la fatica di trovare un’etichetta adatta, perché le categorie esistenti sembrano non bastare. La proposta dei “super-fermioni” resta per ora poco più di una battuta detta a mezza voce, un tentativo di dare forma a qualcosa che ancora sfugge alle definizioni standard. Ma il senso è chiaro: quando la ricerca spinge verso territori così inesplorati, capita che la scienza arrivi prima delle parole, e che tocchi poi al linguaggio rincorrere ciò che gli esperimenti hanno già svelato.