C’è una domanda che torna spesso quando si parla del rapporto tra uomini e bestie: gli animali sentono davvero quando una persona sta per morire? La vicenda che ha reso celebre questo interrogativo arriva da una casa di riposo nel Rhode Island, dove un gatto di nome Oscar sembrava capire, con un anticipo impressionante, quali pazienti stessero per spegnersi. Il personale infermieristico aveva imparato a fidarsi di lui al punto da avvisare le famiglie non appena il felino saliva su un letto e ci si acciambellava sopra.
La scena si ripeteva sempre uguale. Oscar entrava in una stanza dell’unità Alzheimer, annusava il paziente, valutava qualcosa che nessuno riusciva davvero a vedere, e poi decideva se restare o andarsene. Quando sceglieva di sdraiarsi accanto a qualcuno, gli infermieri chiamavano i parenti. Nelle due o quattro ore successive, quella persona moriva. Non una volta, non due, ma decine di volte. Abbastanza da trasformare un semplice gatto da compagnia in una piccola leggenda della struttura geriatrica.
Cosa dice davvero la scienza sul comportamento degli animali
Il punto è che dietro questo comportamento non c’è alcun sesto senso paranormale, e la scienza ha qualche ipotesi piuttosto solida per spiegarlo. La più accreditata riguarda l’olfatto. Gli animali domestici, gatti e cani in particolare, possiedono capacità sensoriali molto superiori alle nostre. Il corpo umano, nelle fasi terminali, produce sostanze chimiche e composti particolari legati al progressivo spegnimento degli organi. Sono odori impercettibili per una persona, ma non per un naso allenato a cogliere sfumature che noi nemmeno immaginiamo.
Oscar, insomma, probabilmente non prevedeva nulla. Percepiva. E questa è una distinzione che cambia tutto. Il gatto reagiva a segnali reali, biochimici, presenti nell’aria della stanza. La morte imminente lascia tracce, e un animale con quel tipo di sensibilità le raccoglie molto prima che qualsiasi strumento umano possa farlo. Non è magia, è biologia. Anche se, va detto, resta difficile non provare un brivido a immaginare quella scena ripetersi tante volte.
C’è poi un altro aspetto interessante, spesso trascurato quando si racconta questa storia. Il comportamento di Oscar potrebbe essere stato in parte modellato dall’ambiente stesso. In un reparto dove le cure di fine vita seguono ritmi e gesti riconoscibili, un animale intelligente può associare determinati segnali, la calma improvvisa, i cambiamenti nella respirazione, l’atmosfera della stanza, all’avvicinarsi di un evento preciso. Il comportamento animale si nutre di associazioni, e un felino attento passa gran parte del tempo a osservare tutto ciò che gli succede intorno.
Quel che rende la vicenda ancora più affascinante è il modo in cui gli operatori sanitari finirono per accettare quella presenza come parte del processo. Oscar non spaventava, anzi. La sua compagnia diventava un conforto, sia per i pazienti sia per chi vegliava accanto a loro. Un gatto che si acciambella accanto a chi sta per andarsene finisce, in fondo, per offrire una forma di compagnia silenziosa nei momenti in cui le parole servono a poco. E la percezione degli animali, per quanto spiegabile con la chimica e i sensi, mantiene comunque qualcosa che continua a colpire chi la osserva da vicino.