Molecole che al buio restano innocue e che, colpite dalla luce giusta, si trasformano in armi capaci di attaccare le cellule malate: succede a Bologna, dove un gruppo di ricercatori ha messo a punto un approccio che potrebbe cambiare il modo di combattere i tumori. Il lavoro arriva dal NanoBio Interface Lab dell’Università di Bologna, con la collaborazione del premio Nobel Ben Feringa, e apre uno spiraglio concreto nel campo della fotofarmacologia.
L’idea di fondo è tanto semplice quanto affascinante. Queste molecole non fanno nulla finché restano al buio. Nessun effetto, nessuna azione. Il momento in cui vengono illuminate alla giusta lunghezza d’onda, però, qualcosa scatta: la loro forma cambia, si agganciano al DNA delle cellule e le portano alla morte. Un meccanismo che permette di colpire in modo selettivo, andando a mirare proprio dove serve senza disperdere l’azione altrove.
Perché questa ricerca dell’Università di Bologna accende la speranza
Il punto forte di questo studio sta tutto nella selettività. Le terapie tradizionali contro il cancro, come la chemioterapia, hanno un limite ben noto: colpiscono anche le cellule sane, con tutti gli effetti collaterali che ne derivano. Qui invece il farmaco resta spento fino a quando non viene attivato dalla luce, e questo significa poter concentrare l’effetto solo sulla zona da trattare. Le cellule tumorali vengono raggiunte, quelle circostanti restano molto meno esposte.
Dietro il risultato c’è la firma di un nome pesante. Ben Feringa, premio Nobel per la chimica, ha lavorato insieme al team bolognese, e la sua presenza dice molto sul livello scientifico raggiunto. Feringa è tra i pionieri delle cosiddette macchine molecolari, strutture minuscole capaci di muoversi e cambiare configurazione, ed è proprio quel tipo di competenza che ha permesso di progettare composti così sofisticati. Lo studio è stato pubblicato lo scorso 6 luglio sul Journal of the American Chemical Society, una delle riviste più autorevoli nel settore della chimica. La ricerca dell’Università di Bologna si inserisce in un filone che negli ultimi anni ha attirato attenzioni crescenti, quello appunto della fotofarmacologia, dove la luce diventa lo strumento che accende o spegne l’azione di un farmaco.
Naturalmente si parla di un lavoro di laboratorio, di una tappa lungo un percorso che è ancora tutto da costruire prima di arrivare a un possibile utilizzo clinico. Ma la direzione è quella di una medicina più precisa, capace di ridurre i danni collaterali che oggi accompagnano molte cure oncologiche. La possibilità di controllare un farmaco con la luce, decidendo quando e dove attivarlo, è una prospettiva che qualche anno fa sarebbe sembrata quasi fantascienza e che oggi inizia a prendere forma concreta nei laboratori italiani.