Un gruppo di senatori americani ha rispolverato l’American Innovation and Choice Online Act, meglio conosciuto come AICOA, e Apple non l’ha presa benissimo. La proposta, ripresentata in questi giorni con sostegno bipartisan, potrebbe cambiare parecchie cose per i colossi tecnologici se mai dovesse diventare legge. E la risposta dell’azienda di Cupertino è arrivata praticamente subito, con toni piuttosto duri.
Cosa prevede AICOA e chi finisce nel mirino
A firmare il testo ci sono Chuck Grassley, presidente della Commissione Giustizia del Senato, e Amy Klobuchar. L’obiettivo dichiarato è “ripristinare la concorrenza online e l’accessibilità economica” impedendo alle piattaforme digitali più grandi del mondo di abusare del proprio potere di mercato per soffocare la concorrenza, mettere in difficoltà le imprese online e far lievitare i prezzi per i consumatori americani.
Il provvedimento si applicherebbe alle piattaforme con almeno 175 miliardi di dollari di ricavi medi annui lordi, circa 160 miliardi di euro, e che raggiungono almeno il 34% delle famiglie abbonate negli Stati Uniti oppure il 34% degli utenti attivi mensili sopra i dodici anni. Insomma, parliamo dei nomi più pesanti del settore.
Se approvata, la legge antitrust vieterebbe alle piattaforme coinvolte una lunga lista di comportamenti. Tra questi: favorire ingiustamente i propri prodotti o servizi, usare in modo scorretto dati non pubblici degli utenti aziendali per copiare e competere contro le piccole imprese, limitare l’accesso dei concorrenti alle funzionalità chiave della piattaforma e impedire agli utenti aziendali di spostare i propri dati da una piattaforma all’altra. C’è anche il divieto di ritorsioni contro chi solleva preoccupazioni legali e di bloccare gli utenti nelle impostazioni predefinite.
Il testo darebbe inoltre alle agenzie federali e statali la possibilità di avviare azioni di contrasto contro le aziende del settore per condotte che danneggiano la concorrenza, lasciando però spazio a tutele per privacy, sicurezza e proprietà intellettuale. Vale la pena ricordare che AICOA non è una novità assoluta: la prima versione risale al 2021 e da allora ha più volte ottenuto consensi trasversali, senza mai però arrivare sulla scrivania del presidente. Tra i sostenitori figurano realtà come Mozilla, Y Combinator, Proton, Yelp, DuckDuckGo e Replit, oltre a diversi studiosi e organizzazioni che si occupano di antitrust.
La replica secca di Apple
L’azienda di Cupertino ha messo le cose in chiaro. In una dichiarazione, Apple ha detto di essere in forte disaccordo con l’idea di una regolamentazione “in stile europeo” che a suo dire ostacolerebbe l’innovazione e imporrebbe cambiamenti mai richiesti dai consumatori, minando le protezioni su privacy, sicurezza e tutela dei minori su cui le persone fanno affidamento ogni giorno. Secondo l’azienda, importare le politiche europee non aumenterebbe la concorrenza, ma renderebbe solo più complicato fare impresa in casa propria.
Il paragone con il DMA europeo è inevitabile, e infatti Apple lo tira fuori, sostenendo che alcuni sondaggi mostrerebbero come gli europei percepiscano la propria esperienza online peggiore rispetto a prima dell’entrata in vigore del regolamento. C’è poi il capitolo bambini: la società teme che la norma possa indebolire molte delle protezioni, dei controlli parentali e degli strumenti per la sicurezza aggiunti negli anni.
Tornano anche gli argomenti già usati contro il DMA: i rischi legati a marketplace alternativi e sistemi di pagamento esterni, il minore controllo sugli acquisti effettuati fuori dall’App Store e la disponibilità di app con contenuti per adulti tramite canali di distribuzione terzi. Apple ha infine citato uno studio che aveva commissionato, secondo cui gli sviluppatori non avrebbero girato ai consumatori i risparmi sulle commissioni legate al DMA. Stando ai dati, pur beneficiando di un calo medio della commissione di dieci punti percentuali, gli sviluppatori avrebbero mantenuto invariati o addirittura aumentato i prezzi sul 91% dei prodotti.