Il più grande cimitero di balene mai individuato si nasconde negli abissi dell’oceano Indiano, e potrebbe cambiare il modo in cui guardiamo agli ecosistemi profondi del nostro pianeta. La scoperta arriva dalla Fossa Diamantina, una depressione oceanica nel settore sud-orientale dell’Indiano, dove un gruppo di ricerca internazionale ha trovato qualcosa che non ha eguali per estensione e profondità. Tra gli studiosi coinvolti ci sono anche i paleontologi dell’Università di Pisa, e i risultati del loro lavoro sono finiti sulle pagine di Nature. Quello che hanno chiamato senza giri di parole una “necropoli di balene” non contiene solo carcasse recenti, ma anche fossili di cetacei vecchi di almeno 5,3 milioni di anni.
Una scoperta che spinge in basso i limiti conosciuti
Fino a oggi le carcasse di balena documentate si trovavano quasi sempre intorno ai 4 mila metri di profondità, con il sito attivo più profondo registrato a 4.204 metri nell’Atlantico sud-occidentale. Questo ritrovamento sposta l’asticella molto più in giù, tra i 4.600 e i 7.000 metri. La Fossa Diamantina è del resto uno di quei luoghi che la scienza conosce a malapena: ambienti tra i più estremi e meno esplorati del pianeta. Nel 2023 il team guidato dall’Istituto di scienze e ingegneria degli abissi dell’Accademia Cinese delle Scienze ha portato a termine 32 immersioni con il veicolo sottomarino Fendouzhe. Sul fondale, lungo oltre 1.200 chilometri, è emersa un’abbondanza di scheletri davvero fuori dal comune, sia recenti sia fossili.
I numeri aiutano a capire la portata della cosa. La densità stimata dei resti tocca circa 759 individui per chilometro quadrato. Mettendo insieme questi dati, gli autori azzardano un’ipotesi notevole: la Fossa Diamantina potrebbe custodire oltre 10 milioni di carcasse di balena. “La maggior parte dei resti scheletrici appartiene agli zifidi, cetacei che si immergono a grandi profondità per cacciare, ed è costituita soprattutto di rostri, cioè la parte anteriore del cranio, più resistente alla degradazione nel tempo“, ha spiegato Giovanni Bianucci, paleontologo dell’Università di Pisa che ha analizzato i reperti ossei insieme al collega Alberto Collareta.
Un archivio fossile attivo da milioni di anni
C’è poi un dettaglio che ha reso possibile tutto questo. Molti resti sono ricoperti da una spessa incrostazione ferromanganesifera che li ha protetti nel tempo. Tra i rostri ritrovati ce ne sono di due specie ancora viventi, il mesoplodonte di Bowdoin e il mesoplodonte di Layard, ma anche di specie estinte, tra cui una nuova battezzata proprio in onore della fossa: Pterocetus diamantinae. La datazione con isotopi dello stronzio ha permesso di mettere ordine cronologico. I resti delle specie viventi sono i più recenti, da 1,2 milioni di anni fa fino a oggi. Quelli delle specie fossili risalgono invece a un periodo compreso tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa.
“Questi dati non solo confermano le nostre identificazioni, ma dimostrano che ci troviamo di fronte a uno straordinario giacimento fossile, attivo da oltre 5 milioni di anni e ancora alimentato dalla continua deposizione di carcasse sui fondali profondi”, ha aggiunto Collareta. E non è finita, perché molte carcasse sono ancora in piena decomposizione e ospitano comunità di organismi altamente specializzati. Stelle marine, ofiure, bivalvi e particolari vermi “mangiatori di ossa”, parecchi dei quali ancora sconosciuti, si nutrono della materia organica trasportata in profondità dalle balene affondate, compresa quella rimasta intrappolata dentro le ossa. “Questi risultati ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei e mettono in evidenza l’enorme potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l’evoluzione dei cetacei nel tempo geologico”, ha concluso Bianucci.
