Aumenti salariali congelati per dare priorità all’intelligenza artificiale: è quello che si sono sentiti dire i dipendenti di Teradata, azienda tecnologica che ha deciso di bloccare gli stipendi non per far quadrare conti traballanti, ma perché ogni dollaro disponibile deve finire nello sviluppo dell’IA. Una scelta che racconta bene come la trasformazione tecnologica stia pesando sulle buste paga, anche di chi il lavoro non l’ha affatto perso.
Quando l’IA si mangia il tuo aumento
A gennaio di quest’anno l’amministratore delegato di Teradata, Steve McMillan, ha mandato un messaggio interno ai 5.100 dipendenti dell’azienda per avvisarli che nel 2026 non dovevano aspettarsi alcun ritocco verso l’alto. L’obiettivo dichiarato era “vincere sul mercato con l’IA”, e per farlo servono più investimenti in talenti e strumenti legati all’intelligenza artificiale.
Secondo due dipendenti con oltre dieci anni di anzianità, di solito ricevevano un aumento annuale tra il 2 e il 4 per cento. Quest’anno niente di tutto questo, anche se hanno comunque potuto contare su un bonus di rendimento e su delle azioni. La misura riguarda i Paesi dove la normativa non impone adeguamenti salariali legati al mercato.
E Teradata non è l’unica ad aver scelto questa strada. Anche la società di consulenza TTEC ha deciso di sospendere il proprio contributo al piano pensionistico 401(k), perché vuole concentrarsi su certificazioni, strumenti e automazione basata sull’IA. Due aziende che, va detto, hanno registrato cali di ricavi: rispettivamente del 5 e del 3,2%
Una decisione, non un destino segnato
Tagliare il portafoglio dei dipendenti non è l’unica uscita possibile. L’esperta del mondo del lavoro Jennifer Moss ha spiegato che esistono altre vie: ricorrere a finanziamenti esterni per coprire l’investimento in IA, sforbiciare spese non essenziali oppure ritoccare i compensi dei vertici aziendali. Si potrebbe anche scaglionare l’investimento nel tempo, puntare su acquisizioni strategiche o accettare margini più bassi per un periodo limitato, invece di scaricare tutto il peso della trasformazione sugli stipendi.
C’è poi un discorso più ampio sulla logica degli aumenti, che con l’arrivo dell’IA si è praticamente rotta. Prima gli scatti si concedevano in base a esperienza, anzianità e livello professionale. Nel settore tech, però, questo metro è cambiato e nel 2026 sono molte le aziende che hanno congelato le buste paga. L’IA non è sempre la responsabile diretta come nel caso di Teradata, ma ha contribuito a creare un’élite di profili pagatissimi e ad allargare il divario: ormai conta più l’azienda per cui lavori e quanto l’intelligenza artificiale sia centrale nel suo business, rispetto alla semplice progressione da junior a senior.
Licenziare costa caro
Quando si parla dell’impatto dell’IA sul mercato del lavoro, di solito si finisce a parlare di tagli. Da inizio anno si stima che 92.000 dipendenti del settore tech abbiano perso il posto con la scusa di compensare gli investimenti in intelligenza artificiale. Solo che i licenziamenti stanno costando una fortuna in liquidazioni e pacchetti di uscita. Oracle, per fare un esempio, ha accantonato 2.100 milioni di dollari, circa 1.900 milioni di euro, per coprire le indennità dopo aver mandato a casa 30.000 persone.
Per evitare cause legali, colossi come Microsoft o Google stanno puntando sui cosiddetti licenziamenti volontari incentivati. Con un rischio enorme, però: che i migliori talenti dell’IA prendano i soldi e se ne vadano dritti dalla concorrenza.