I robot umanoidi che ballano, fanno capriole o sistemano i piatti in cucina sembrano ormai pronti a entrare nelle nostre case da un momento all’altro. Basta scorrere i social per imbattersi in clip che lasciano a bocca aperta, dove macchine dalle sembianze umane si muovono con una disinvoltura quasi inquietante. Eppure tra quei filmati patinati e la realtà quotidiana c’è una distanza enorme, molto più ampia di quanto le aziende tecnologiche lascino intendere. Il problema non è tanto vedere un robot eseguire un gesto una volta sola davanti a una telecamera, ma capire se quella stessa macchina sappia ripetere la cosa in modo affidabile, ovunque, senza inciampare.
C’è poi una trappola tutta psicologica. Le persone tendono ad attribuire qualità umane a qualsiasi oggetto abbia una forma vagamente antropomorfa. Un braccio meccanico che fa un passo di danza viene percepito come semplicemente “figo”, spiega Jonathan Hurst, cofondatore di Agility Robotics e ricercatore alla Oregon State University. Ma se a ballare è un robot umanoide, scatta automaticamente un’illusione più ingannevole. “La gente estrapola e dà per scontato che un robot somigliante a una persona possa fare tutto quello che farebbe chi sa ballare, il che non è vero”, racconta Hurst. E aggiunge, senza troppi giri di parole, che molte startup giocano proprio su questo equivoco per raccogliere fondi a palate.
Robot umanoidi: la vera sfida si chiama generalizzazione
Il nodo più difficile, secondo Sergey Levine, informatico alla University of California, Berkeley e cofondatore di Physical Intelligence, riguarda la capacità di generalizzazione. Gli esseri umani sanno adattare le proprie abilità a contesti sempre diversi, i robot molto meno. E questa flessibilità è praticamente impossibile da catturare in una singola dimostrazione. “Magari il robot riesce a versare un bicchiere di vino”, osserva Levine, “ma sa farlo con qualsiasi bottiglia, in qualsiasi bicchiere, in qualsiasi ambiente? Quello è molto più difficile che fargli fare un salto mortale in un demo sul palco”. Il metro di giudizio reale, secondo lui, sta nelle valutazioni quantitative su larga scala condotte in ambienti veri. C’è sempre uno scarto tra ciò che si mostra in un video e quello che la macchina sa davvero fare.
Le cose da tenere d’occhio prima di farsi incantare
Davanti all’ondata di clip e dirette streaming conviene tenere a mente qualche dettaglio. Innanzitutto, una dimostrazione robotica non significa che la macchina stia agendo da sola. Molti filmati si basano ancora sulla teleoperazione, cioè un operatore umano che pilota i movimenti a distanza. Lo sottolinea Dipam Patel, dottorando in informatica alla Purdue University e ricercatore presso lo US Army DevCom Army Research Lab: “A meno che un paper scientifico o un’azienda non dichiari esplicitamente che il robot è completamente autonomo, va preso con le pinze, anzi con un bel pizzico di sale”.
Poi c’è la questione dell’ambiente. Una cosa è vedere un robot affrontare per la prima volta uno scenario mai visto, ben altra è guardarlo ripetere un compito già imparato a memoria nel suo specifico spazio di addestramento. Il primo caso è infinitamente più impressionante. Vale anche la pena controllare la velocità di riproduzione, perché di solito questi robot sono lentissimi, per ragioni di sicurezza. Alcune aziende ammettono che il video gira a velocità doppia o quadrupla, il che vuol dire che la macchina impiega due o quattro volte il tempo di una persona per la stessa azione.
I video poi variano parecchio per onestà e valore informativo. Alcuni sono puro intrattenimento pensato per diventare virali, altri promozioni curate per attirare clienti e investitori, altri ancora offrono uno sguardo dietro le quinte sull’addestramento, errori inclusi. Ma anche quando un filmato sembra autentico e arriva da un laboratorio serio, resta solo un frammento del quadro generale. I veri segnali di progresso nelle capacità robotiche non si lasciano impacchettare così facilmente per il pubblico di Internet.