Ötzi, la mummia più antica mai recuperata da un ghiacciaio, è morta circa 5.300 anni fa eppure il suo corpo non si è mai davvero fermato del tutto. Lo raccontano i ricercatori della Eurac Research in un nuovo studio uscito sulla rivista Microbiome, dove emerge un dettaglio sorprendente: alcuni microrganismi trovati nella mummia potrebbero essere antichi quasi quanto lei, mentre altri si sarebbero adattati alle condizioni di conservazione a freddo in cui si trova oggi. Insomma, dentro e attorno a quel corpo c’è una vita microscopica che ha attraversato i millenni.
Una mummia che continua a sorprendere
Chiamata anche mummia del Similaun, o uomo di Similaun, Ötzi venne trovata da alcuni escursionisti nel 1991 sul Tisenjoch, nelle Alpi dell’Ötztal, in Alto Adige. I suoi resti, conservati in modo eccezionale, risalgono a un periodo compreso tra il 3300 e il 3100 a.C. e ancora oggi non smettono di regalare informazioni. Uno studio sul suo patrimonio genetico pubblicato su Cell Genomics nel 2023, per esempio, aveva ribaltato l’idea che ne avevamo: il colore della pelle era già scuro quando era in vita, e non si era scurito a contatto con il ghiaccio come si pensava. C’era poi una predisposizione al diabete di tipo 2 e all’obesità.
Adesso i ricercatori hanno aggiunto un altro tassello, e riguarda il suo microbioma, un sistema più complesso del previsto. Usando una gamma ampia di metodi e campioni, presi non solo dai tessuti ma anche dal ghiaccio sulla superficie e dall’acqua di fusione interna, sono riusciti a separare i microrganismi presenti nel corpo già in vita da quelli arrivati dopo la morte, sia durante il lungo periodo nel ghiacciaio sia nei 30 anni di conservazione successivi alla scoperta. Nel tratto intestinale e nello stomaco hanno trovato tracce del microbioma originario, simile ai pochi esempi noti di flora intestinale delle prime popolazioni umane. Batteri di questo tipo si trovano raramente nell’intestino di chi oggi vive in società industrializzate, e così Ötzi offre una finestra rara sul passato microbico dell’umanità.
I lieviti che amano il freddo
La vera sorpresa, però, è stata un’altra: la presenza di alcune specie di lieviti amanti del freddo. Si tratta di microrganismi molto specializzati, adattati alle basse temperature, geneticamente imparentati con ceppi che arrivano da regioni gelide come l’Antartide. Il dato fa pensare che possano provenire dall’ambiente glaciale e che siano legati alla mummia già da migliaia di anni. Gli autori hanno trovato sia dna degradato, quindi antico, sia dna ben conservato, quindi moderno: segno che questi microrganismi non sono semplici reliquie, ma continuano a vivere nelle attuali condizioni di conservazione, a meno 6 gradi centigradi e con un’umidità elevata, forse in uno stato di quiescenza.
“Questi lieviti hanno accompagnato Ötzi, per così dire, nel suo lungo viaggio attraverso i millenni”, ha commentato Frank Maixner, direttore di Eurac Research, secondo cui la mummia “non è una reliquia statica, ma un sistema biologico dinamico”.
C’è poi un dettaglio quasi paradossale. Secondo le ipotesi degli autori, le precedenti misure di conservazione potrebbero aver favorito senza volerlo alcuni microrganismi: 3 dei 4 lieviti rinvenuti sanno degradare il fenolo, un principio attivo usato per impedire la crescita di funghi sulla superficie della mummia, e potrebbero averlo usato come nutrimento. “Il microbioma di una mummia è unico perché abbiamo a che fare con microbi che hanno più di 5.000 anni e, allo stesso tempo, con microbi moderni introdotti dopo la scoperta”, ha spiegato l’autore principale Mohamed S. Sarhan.