NVIDIA sta spingendo i robot ben oltre i confini dei laboratori, e lo fa puntando tutto sulla realtà virtuale come palestra di addestramento. Non parliamo di un produttore di macchine nel senso classico del termine, ma di un’azienda le cui soluzioni stanno alzando l’asticella di un intero settore. Se oggi i robot riescono a muoversi nel mondo reale in maniera sempre più convincente, gran parte del merito va proprio a un allenamento digitale intenso, capace di prepararli ad affrontare anche l’imprevisto.
La direzione è chiara da tempo, ma le ultime dimostrazioni hanno reso il tutto molto più tangibile. E qui entra in gioco il lavoro presentato nelle scorse settimane, che mostra quanto sia maturata la robotica grazie a questo tipo di approccio.
Dal laboratorio virtuale al mondo reale
Al salone internazionale ICRA, i ricercatori di NVIDIA hanno spiegato come colmare quel divario che da sempre separa i test in laboratorio dalla vita di tutti i giorni. È uno dei tanti metodi possibili per addestrare le macchine, ma a quanto pare è anche uno dei più promettenti. I progressi software più recenti raccontano una cosa interessante: una macchina addestrata interamente dentro simulazioni digitali riesce poi a operare all’esterno con un’efficacia e una flessibilità che fino a poco tempo fa erano impensabili.
Il salto in avanti più evidente riguarda la capacità di adattamento. I robot non si limitano più a ripetere movimenti imparati a memoria, ma sanno gestire situazioni nuove, leggere il contesto e reagire di conseguenza. Una differenza enorme rispetto a quanto si vedeva solo qualche anno fa, quando bastava uno scenario fuori copione per mandare in tilt l’intero sistema.
Il sistema COMPASS e i numeri dei test
Tra le tecnologie mostrate spicca un sistema chiamato COMPASS. Funziona così: viene istruito dentro i laboratori virtuali di NVIDIA Isaac Lab, dove può sbagliare, ripetere e perfezionarsi senza alcun rischio, per poi trasferire tutto ciò che ha imparato su corpi robotici veri. Possono essere umanoidi oppure piattaforme mobili autonome, poco cambia: il bagaglio di competenze acquisito nella simulazione viaggia con loro.
La prova del nove sono stati i test sul campo. Messo alla prova in condizioni reali, il sistema ha raggiunto l’80% di successo nelle prove di navigazione. Un risultato che dice parecchio sulla solidità del metodo, soprattutto considerando quanto sia complicato far comportare una macchina nello spazio fisico esattamente come si comporterebbe in un ambiente simulato. Le variabili, là fuori, sono infinitamente di più.