Bruxelles ha messo gli occhi sulle criptovalute, e l’idea che circola tra i corridoi della Commissione europea è piuttosto chiara: far pagare chi possiede e scambia asset digitali per dare ossigeno al prossimo bilancio comunitario. Sul tavolo ci sono due proposte distinte, una tassa sulle criptovalute dello 0,1% applicata a ogni transazione e una sul guadagno realizzato al momento della vendita. Niente di definitivo, però. Tra ostacoli politici e grattacapi tecnici, queste misure sono ancora lontane dal diventare realtà.
Il punto di partenza è il bilancio pluriennale che coprirà il periodo 2028-2034. La Commissione cerca nuove fonti di entrata e, stando a un documento interno, da fine maggio 2026 girano proposte concrete tra Bruxelles e gli Stati membri. Il filo conduttore è uno: introdurre una tassa sulle transazioni in valuta digitale, intercettando un settore che fino a oggi è rimasto in gran parte fuori dal raggio del fisco europeo.
Come funzionerebbero le due tasse
L’idea base è prelevare lo 0,1% sul valore di ogni operazione effettuata da un utente residente nell’Unione europea. In teoria tutte le operazioni su una piattaforma di scambio ricadrebbero sotto questo prelievo. La Commissione conta di incassare tra i 3 e i 4 miliardi di euro all’anno, per un totale di circa 20 miliardi tra il 2028 e il 2034. Cifre che vanno messe in prospettiva: il bilancio pluriennale di quel periodo vale all’incirca 2.000 miliardi di euro. In altre parole, un contributo non enorme rispetto al totale, ma comunque interessante.
Poi c’è la seconda misura, una tassa sulle plusvalenze ottenute vendendo criptovalute. Frutterebbe tra 1 e 2,4 miliardi all’anno e scatterebbe nel momento in cui un investitore guadagna rivendendo i suoi asset in cambio di moneta tradizionale, gli euro per esempio. Non è escluso che le due imposte vengano sommate per massimizzare il gettito. La tassa crypto è solo uno degli strumenti fiscali allo studio. Bruxelles ragiona anche su un prelievo del 3% sul fatturato degli operatori di gioco d’azzardo online e su una tassa che colpirebbe i servizi digitali.
Approvazione ancora tutta da costruire
Per ora nulla garantisce che queste proposte, per quanto redditizie, finiscano davvero per essere adottate. Tutte le misure fiscali destinate a gonfiare il bilancio europeo devono passare il vaglio dei 27 Stati membri. E basta che un solo Paese si metta di traverso perché l’intero pacchetto venga respinto. I negoziati sul bilancio europeo 2028-2034 sono partiti ufficialmente a luglio 2025, e un accordo è atteso entro la fine del 2026. Salvo sorprese, un primo compromesso dovrebbe arrivare sul tavolo degli Stati membri prima della metà di giugno 2026.
Misure davvero applicabili?
Nello stesso documento interno la Commissione ammette un punto delicato: è difficile stimare con precisione quanto entrerà nelle casse e ancora più complicato tracciare tutte le transazioni. Molti utenti operano fuori dall’Unione europea, evitano le piattaforme centralizzate oppure si affidano alla finanza decentralizzata, la cosiddetta DeFi, un universo che per ora sfugge alle autorità fiscali. Stesso discorso per chi usa un portafoglio fisico, come un Ledger.