Che le alluvioni stiano cambiando natura è ormai qualcosa di più di una semplice percezione. Negli ultimi trent’anni, il modo in cui questi eventi colpiscono il territorio europeo si è trasformato radicalmente, e i numeri lo confermano in maniera piuttosto netta. Non si tratta solo di piogge più intense o fiumi che esondano: il problema vero è che le alluvioni arrivano sempre più spesso in combinazione con altri eventi estremi, creando un effetto a catena che moltiplica i danni in modo impressionante.
Uno studio del Joint Research Centre della Commissione europea ha messo in fila i dati e il quadro che ne emerge merita attenzione. Le alluvioni cosiddette “composte”, cioè quelle che si verificano in concomitanza con fenomeni come siccità, ondate di calore o tempeste di vento, sono quasi triplicate nel continente: si parla di un aumento del 186% in trent’anni. Al confronto, le alluvioni isolate, quelle che si presentano senza altri eventi climatici significativi attorno, sono cresciute di appena il 16%. Una differenza enorme, che racconta quanto il panorama del rischio si sia complicato.
E non è un fenomeno marginale. Secondo i ricercatori, oltre il 70% delle alluvioni registrate in Europa rientra nella categoria delle composte. Questo significa che la maggior parte delle inondazioni che colpiscono città, campagne e infrastrutture non è mai “solo” un’alluvione. C’è quasi sempre qualcos’altro che peggiora la situazione, che rende il terreno più vulnerabile o che amplifica gli effetti dell’acqua.
Danni economici quasi triplicati e sistemi di allerta inadeguati
Il dato economico è forse quello che colpisce di più. Le alluvioni composte producono danni in media 2,8 volte superiori rispetto a quelle che si verificano senza eventi concomitanti. Quasi il triplo. E questo ha implicazioni enormi non solo per chi vive nelle zone a rischio, ma anche per i sistemi assicurativi e per le amministrazioni pubbliche che devono gestire le emergenze e poi ricostruire.
Lo studio cita un caso che in Italia conosciamo bene: l’alluvione dell’Emilia-Romagna del 2023, avvenuta dopo un lungo periodo di siccità che aveva reso il terreno incapace di assorbire l’acqua. Un esempio da manuale di come due fenomeni opposti possano combinarsi e generare una catastrofe molto più grave di quanto ci si aspetterebbe guardando ciascun evento da solo.
Il punto critico, secondo i ricercatori, è che i sistemi di allerta e i modelli usati per valutare il rischio continuano troppo spesso a trattare le alluvioni come eventi isolati. Non tengono conto abbastanza della complessità reale, di quel mix di fattori che ormai caratterizza la stragrande maggioranza delle inondazioni europee. E lo stesso vale per i modelli assicurativi, che finiscono per sottostimare l’esposizione economica.
Cosa serve per affrontare il problema
L’obiettivo dell’Unione Europea è chiaro, almeno sulla carta: arginare il fenomeno. Ma per farlo servono strumenti analitici più evoluti, dati più accurati e un approccio alla valutazione del rischio che tenga conto della natura composita di questi eventi. Non basta sapere che pioverà tanto: bisogna capire cosa sta succedendo intorno, quali altri fattori climatici sono in gioco e come interagiscono tra loro.
