LinkedIn ha deciso di prendere una posizione netta contro i post generati dall’intelligenza artificiale che affollano la piattaforma. Da qualche tempo, chi frequenta il social network professionale di Microsoft si è accorto che qualcosa è cambiato: quei contenuti che puzzano di AI lontano un miglio vengono mostrati sempre meno. Non spariscono del tutto, sia chiaro, ma la loro portata viene drasticamente ridotta. Ed è una mossa che racconta molto di dove sta andando il rapporto tra piattaforme social e contenuti automatizzati.
Come funziona la penalizzazione dei post AI su LinkedIn
Il meccanismo è piuttosto semplice nella sua logica: i post che presentano i segnali tipici della scrittura AI vengono penalizzati in termini di visibilità. Restano accessibili ai collegamenti diretti e ai follower dell’autore, questo sì, ma non vengono più suggeriti a chi non segue quella persona. Significa che la distribuzione organica, quella che permette a un contenuto di raggiungere migliaia di persone al di fuori della propria rete, viene di fatto tagliata.
Laura Lorenzetti, VP of Product di LinkedIn, ha spiegato che gli ingegneri della piattaforma hanno lavorato fianco a fianco con il team editoriale interno per studiare i pattern di interazione degli utenti. L’obiettivo dichiarato è premiare quei post che aggiungono competenza reale o punti di vista originali, penalizzando invece tutto ciò che viene percepito come ripetitivo o privo di valore aggiunto. Sui dettagli tecnici del sistema di rilevamento, però, LinkedIn non si sbilancia. Il bersaglio resta comunque evidente: quei post che sembrano usciti da ChatGPT con un prompt del tipo “scrivi un post LinkedIn motivazionale su [argomento]”.
Il paradosso degli strumenti AI offerti dalla stessa piattaforma
C’è un aspetto di questa vicenda che non passa inosservato, e che LinkedIn gestisce con una certa cautela. La piattaforma offre essa stessa strumenti di intelligenza artificiale, compreso un vistoso pulsante “riscrivi con AI” direttamente nel compositore dei post. Mentre da un lato combatte i contenuti spazzatura generati automaticamente, dall’altro specifica che il contenuto assistito dall’AI è ancora il benvenuto, a patto che contenga idee originali o stimoli conversazioni significative. Un equilibrio sottile, che separa il concetto di “aiuto nella scrittura” da quello di “delega totale al modello linguistico”.
Va detto che LinkedIn non è mai stato esattamente un paradiso di autenticità. I contenuti autopromozionali e lo spam erano già una piaga ben prima che l’AI generativa entrasse in scena. Quello che è successo è che l’intelligenza artificiale ha semplicemente automatizzato e moltiplicato un problema preesistente. All’inizio dell’anno, per esempio, gli utenti hanno dovuto sopportare settimane di quello che è stato ribattezzato il “discorso del trattino lungo”: una serie infinita di post che sostenevano come l’uso di certi segni di punteggiatura fosse un indicatore sicuro di contenuto generato dall’AI, seguiti da settimane di dibattito francamente insopportabile sulla legittimità o meno di quel segno grafico.
Da quel momento in poi, i post che si lamentano della qualità scadente dei contenuti nel feed sono diventati altrettanto frequenti dei contenuti scadenti stessi. Una spirale paradossale, in cui anche chi critica il problema finisce per alimentarlo, contribuendo a quel rumore di fondo che LinkedIn sta cercando di ridurre con queste nuove regole di distribuzione.
