Data center per l’intelligenza artificiale: il futuro tecnologico ha bisogno di spazio fisico, e quel futuro si sta scontrando con una realtà piuttosto scomoda. Perché se da una parte tutti parlano di AI come di qualcosa di etereo e digitale, dall’altra ci sono strutture enormi, rumorose e assetate di energia che vanno piazzate da qualche parte. E quasi nessuno vuole averle vicino casa.
Il 71% dice no: i numeri che fanno riflettere
Un sondaggio Gallup condotto su mille adulti negli Stati Uniti ha prodotto un dato che dovrebbe preoccupare parecchio chi pianifica lo sviluppo delle infrastrutture legate all’AI: il 71% degli intervistati non vuole un data center per l’intelligenza artificiale nel proprio quartiere. Di questi, il 48% si dichiara radicalmente contrario. Solo il 7% ha espresso entusiasmo per l’idea. Sono numeri pesanti, che con ogni probabilità si ripresenterebbero anche da questa parte dell’oceano davanti a progetti analoghi.
Le ragioni di questa ostilità sono diverse e piuttosto concrete. I data center occupano superfici enormi, divorano terreno agricolo o aree industriali dismesse e si presentano come capannoni anonimi che non aggiungono nulla al paesaggio circostante. Poi c’è il rumore: un brusio costante generato dai sistemi di raffreddamento, che nelle ore notturne diventa una presenza fastidiosa per chi abita nelle vicinanze. Non esattamente il tipo di vicino che chiunque vorrebbe avere.
Ma il nodo più grosso è quello dell’energia. La divisione AI di SpaceX, quella che prima si chiamava xAI, ha aggiunto turbine a gas naturale a un data center in Mississippi nonostante una causa in corso per presunte violazioni della normativa sull’aria pulita. E non è un caso isolato: altre aziende seguono la stessa strada, ricorrendo ai combustibili fossili per alimentare infrastrutture che in teoria dovrebbero rappresentare il futuro tecnologico del pianeta. Il paradosso è piuttosto evidente.
Acqua, bollette e promesse da mantenere
C’è poi la questione idrica, che merita attenzione a parte. I data center moderni consumano quantità enormi di acqua per il raffreddamento, e in zone già soggette a stress idrico questo può trasformarsi in un problema serio per la popolazione residente. Non è un dettaglio trascurabile, soprattutto se si pensa a quante di queste strutture stanno spuntando in regioni dove le risorse idriche sono già sotto pressione.
In alcune aree degli Stati Uniti i costi dell’elettricità sono saliti in modo significativo proprio a causa dell’enorme fabbisogno energetico dei data center. Alcune big tech hanno promesso di farsi carico, almeno in parte, dei rincari per non scaricarli sulle famiglie. Promesse, appunto. Per ora restano sulla carta e la fiducia dei cittadini non è esattamente alle stelle.
Va detto che non tutti sono contrari. C’è anche chi guarda ai benefici economici locali in senso ampio: l’indotto che queste strutture generano, la fiscalità, i contratti per le imprese del territorio. E c’è chi appoggia la costruzione dei data center semplicemente perché ritiene l’intelligenza artificiale un passaggio inevitabile, qualcosa che arriverà comunque e con cui conviene fare i conti subito piuttosto che dopo.
E se succedesse in Italia?
La domanda sorge quasi spontanea: cosa direbbero gli italiani davanti a un progetto simile? Un data center AI da decine di megawatt, con tutto il suo corredo di consumi idrici, rumore continuo e tralicci di alimentazione, difficilmente verrebbe accolto con maggiore entusiasmo rispetto a quanto registrato oltreoceano. La sensibilità verso il consumo di suolo e le risorse naturali nel nostro Paese è notoriamente alta, e i comitati locali hanno una lunga tradizione nel contrastare impianti di questo tipo. Se quei numeri del sondaggio Gallup dovessero mai trovare un corrispettivo italiano, le percentuali di opposizione ai data center per l’intelligenza artificiale potrebbero risultare persino più alte.
