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Skins: perché il cult britannico batte ancora Euphoria

Skins ed Euphoria a confronto: due generazioni di teen drama che hanno sfidato le convenzioni televisive con temi audaci e crudi.

scritto da Rossella Vitale 11/05/2026 0 commenti 2 Minuti lettura
Skins: perché il cult britannico batte ancora Euphoria - Skins Euphoria
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La serie Skins è tornata a far parlare di sé proprio nel momento in cui Euphoria riconquista gli schermi con la sua terza stagione, dopo quattro anni di attesa. Ed è curioso, perché quel cult britannico nato nel 2007 su Channel 4 aveva già affrontato molti dei temi che oggi vengono attribuiti quasi per intero alla serie con Zendaya. Con Euphoria che sposta l’azione fuori dal liceo e dentro le complessità della vita adulta, il confronto con Skins diventa quasi inevitabile. E non sempre è un confronto che premia la serie americana.

Skins ha cambiato le regole del teen drama

Creata da Bryan Elsley e Jamie Brittain, Skins ha esordito nel 2007 raccontando un gruppo di adolescenti nella città di Bristol, intrappolati tra feste, ribellione giovanile e la pressione crescente del mondo adulto. Non era una rappresentazione patinata: i personaggi facevano errori, erano difettosi, a volte persino antipatici. Ed è proprio questo che li rendeva credibili. La serie non cercava di piacere a tutti, ma di parlare davvero al suo pubblico, e ci riusciva.

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Skins è andata in onda per sette stagioni, dal 2007 al 2013, totalizzando 61 episodi. Voci importanti dell’industria televisiva britannica, tra cui Russell T. Davies (Doctor Who) e Charlie Brooker (Black Mirror), l’hanno elogiata per aver rotto gli schemi di ciò che un teen drama poteva essere. A distanza di oltre un decennio dal finale, i suoi personaggi continuano a vivere grazie a un fandom online ancora molto attivo. La serie non si tirava indietro davanti a nulla. Temi queer, conflitti generazionali, adulti negligenti o apertamente ostili verso i protagonisti giovani: tutto veniva messo in scena con una franchezza che all’epoca era rara in televisione. Skins funzionava come un racconto di formazione disposto a mostrare ogni sfaccettatura del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, nel bene e nel male.

Una fucina di talenti e un modello produttivo intelligente

Se Euphoria può vantare di aver lanciato diversi attori, Skins l’ha fatto prima e con risultati altrettanto clamorosi. Tra il cast delle prime due stagioni figuravano Nicholas Hoult, Dev Patel, Joe Dempsie e Hannah Murray, tutti ben prima di approdare a progetti come Superman, The Green Knight e Game of Thrones. Daniel Kaluuya, poi protagonista di Get Out, non solo recitava nella serie ma ha anche scritto diversi episodi. La seconda stagione ha portato alla ribalta Jack O’Connell (28 Years Later) e Kaya Scodelario (The Gentlemen), che ha trasformato il personaggio di Effy Stonem in uno dei volti più iconici della serie.

Ma il vero colpo di genio di Skins stava nel suo modello produttivo. Mentre Euphoria ha dovuto ricorrere a un salto temporale di diversi anni nella terza stagione per giustificare il fatto che il cast fosse ormai troppo cresciuto per i ruoli liceali, Skins aveva risolto il problema fin dall’inizio. Le prime sei stagioni erano divise in tre ere distinte, ognuna con un cast completamente nuovo. La settima stagione, poi, tornava a esplorare cosa fosse successo ad alcuni personaggi storici dopo la scuola. Questo approccio a rotazione evitava qualsiasi problema di credibilità legato all’età degli attori e, allo stesso tempo, ampliava enormemente la varietà di storie raccontabili.

Le ombre dietro la serie

Sarebbe scorretto, però, ignorare le controversie. La giovane età del cast durante le riprese e le situazioni rappresentate sullo schermo hanno attirato critiche legittime, con discussioni su quanto la serie rischiasse di glorificare comportamenti poco sani. Queste obiezioni non sono arrivate solo da spettatori e critici: attrici come Scodelario, April Pearson e Dakota Blue Richards hanno parlato pubblicamente della loro esperienza sul set attraverso i social media. È un aspetto che inevitabilmente incide sulla percezione della serie, sia per chi ci è cresciuto insieme sia per chi la scopre adesso.

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Rossella Vitale
Rossella Vitale

Se dovessi scrivere quali sono i miei interessi o descrivermi ci metterei forse una giornata intera, quindi sarò breve. Mi piace esprimermi attraverso la scrittura, mezzo di comunicazione che molti non considerano più così importante, amo i miei animali (gatti, cane e coniglio) e mentre lavoro ascolto brani suonati al piano per concentrarmi e rilassarmi. La mia Laurea ha un titolo troppo lungo da scrivere, ma essenzialmente mi sono specializzata proprio *rullo di tamburi* in comunicazione e marketing digitale.

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