Gli zombie tornano protagonisti in Resident Evil Requiem, e non è una scelta banale. Dopo l’arco narrativo dedicato a Ethan Winters, che aveva portato la serie verso creature e atmosfere diverse, il nuovo capitolo riabbraccia i non morti con una filosofia ben precisa. A raccontarla è il game director Koshi Nakanishi, che ha spiegato nel dettaglio perché questa scelta ha senso e come il team ha lavorato per rendere gli zombie di nuovo terrificanti nel 2026.
“Il motivo per cui gli zombie funzionano nell’horror è questa idea terrificante che fossero umani, ma non lo sono più”, ha spiegato Nakanishi. “E vedere questo riflesso nella persona è ciò che li rende più spaventosi di un mostro che non è mai stato umano.” Una dichiarazione che centra il punto: la paura non nasce dal mostruoso in sé, ma dal riconoscere qualcosa di familiare in ciò che ormai familiare non è più. Ed è proprio su questo concetto che Resident Evil Requiem costruisce il suo approccio all’horror.
Il problema, però, è che gli zombie li abbiamo visti ovunque. In ogni forma, in ogni contesto, in ogni salsa possibile. Nakanishi lo sa bene: “Abbiamo visto così tanti zombie negli anni che, se non riusciamo a farli comportare in modo un po’ insolito o imprevedibile, diventa più difficile renderli costantemente spaventosi.” Per questo il team di sviluppo ha puntato forte sui dettagli comportamentali, cercando di restituire ai non morti una sorta di umanità residua che risulta, paradossalmente, ancora più disturbante.
L’umanità inquietante dei non morti
Nakanishi ha descritto un aspetto specifico che rende gli zombie di Resident Evil Requiem diversi da quelli a cui siamo abituati. “È più inquietante vederli assumere atteggiamenti umani, nel senso che ripetono certe azioni. Sembra quasi che tu possa avvicinarti e parlare con loro per chiedere cosa sta succedendo. Però ovviamente non potrebbero rispondere.” Questa idea di uno zombie quasi umano, bloccato in un loop di gesti che ricordano la vita precedente, è qualcosa che il game director ha voluto mettere al centro dell’esperienza. “La sensazione disturbante di vedere zombie quasi umani è qualcosa che volevamo usare come nucleo del loro essere spaventosi, questa volta”, ha confermato.
La resa dei non morti, del resto, è stata indicata come uno dei punti di forza più evidenti del nuovo capitolo della serie Capcom. Non si tratta solo di design o animazioni, ma di come queste creature vengono inserite nel flusso del gioco.
La tensione prima ancora dell’incontro
C’è poi un altro elemento che Nakanishi ha voluto sottolineare, e riguarda il ritmo con cui gli zombie vengono presentati. Non conta solo il momento in cui compaiono, ma tutto quello che lo precede. “Questo perché la tensione del non sapere da dove arriveranno o se appariranno in un certo momento può essere più spaventosa del momento in cui li incontri davvero. Insomma, il modo in cui introduci uno zombie in una scena è davvero importante.” È una filosofia che privilegia l’attesa rispetto all’impatto immediato, la suggestione rispetto allo spavento diretto. E per Resident Evil Requiem sembra essere stata una delle linee guida fondamentali nella costruzione delle sequenze di gioco, dove la paura si costruisce prima ancora che qualcosa appaia sullo schermo.
