Un volto rimasto sepolto per quasi duemila anni torna a guardare il mondo grazie all’intelligenza artificiale. È successo a Pompei, dove la tecnologia ha permesso di ricostruire le sembianze di un uomo ucciso dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., partendo dai dati raccolti durante i rilevamenti condotti dal Ministero della Cultura. Il progetto nasce dalla collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei e il Laboratorio Digital Cultural Heritage dell’Università degli Studi di Padova, e il risultato è qualcosa che colpisce davvero: non un semplice disegno ipotetico, ma un’immagine che punta a essere scientificamente fondata e al tempo stesso comprensibile per chiunque.
Chi era l’uomo col mortaio: la storia dietro il volto
Il corpo di quest’uomo è stato rinvenuto durante gli scavi nell’area della necropoli di Porta Stabia, appena fuori dalle mura dell’antica città di Pompei. Accanto a lui, un mortaio di terracotta. Un dettaglio che racconta molto: con ogni probabilità, l’oggetto venne usato come una sorta di scudo improvvisato contro la pioggia di lapilli e frammenti vulcanici. Non è un gesto isolato, anzi. Plinio il Giovane, che fu testimone oculare dell’eruzione del Vesuvio, racconta in una lettera come le persone in fuga cercassero di proteggersi dal materiale eruttivo con qualunque cosa avessero a portata di mano, perfino cuscini legati sulla testa.
Secondo la ricostruzione degli studiosi, l’uomo morì sotto una fitta pioggia di lapilli. Il corpo presenta segni evidenti di fratture in diverse parti. Portava con sé anche una lucerna in ceramica, probabilmente per orientarsi nella scarsa visibilità causata dalla cenere, un piccolo anello in ferro al mignolo sinistro e dieci monete in bronzo. Oggetti quotidiani, che restituiscono un frammento di vita vera, interrotta in modo brutale.
Come l’intelligenza artificiale ha ricostruito il volto
Per arrivare a quell’immagine, il team ha utilizzato una combinazione di software di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco. L’idea di fondo è chiara e anche piuttosto ambiziosa: rendere i risultati delle ricerche archeologiche accessibili a un pubblico ampio, non solo agli specialisti del settore. Stimolare curiosità, avvicinare le persone a una storia che altrimenti resterebbe confinata nei paper accademici.
C’è però un punto che merita attenzione. Né il comunicato diffuso dal Ministero della Cultura né l’e-journal degli scavi di Pompei hanno fornito dettagli tecnici sul processo di creazione dell’immagine. Non si sa quale modello di intelligenza artificiale sia stato impiegato, né quali informazioni siano state inserite come prompt di partenza. Stesso discorso per il lavoro di editing successivo, quello che ha portato al risultato finale visibile nell’immagine pubblicata. Una mancanza di trasparenza che lascia qualche domanda aperta, soprattutto in un contesto scientifico dove la riproducibilità del metodo conta almeno quanto il risultato stesso.
