Lo sciopero dei TIR previsto per fine maggio 2026 non nasce dal nulla. Dietro la protesta c’è una cifra che pesa come un macigno: 1,5 miliardi di euro bruciati in più solo di carburante dall’autotrasporto italiano in appena due mesi di conflitto nel Golfo. A calcolare il conto è stato l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, che ha messo nero su bianco i numeri di un settore già fragile di suo, ora finito con le spalle al muro per un’impennata del diesel che non si vedeva da tempo.
Il prezzo alla pompa è passato da 1,676 a 2,005 euro al litro, un balzo di quasi il 20%, e questo nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise deciso dal governo il 19 marzo 2026. Nello stesso periodo, il Brent è volato da 70,75 a circa 90 euro al barile (EUR 90), con un rialzo intorno al 50%. I conti sono stati fatti partendo da numeri concreti: 752.000 veicoli industriali in circolazione (stima UNRAE), una percorrenza media di 10.000 chilometri al mese, un consumo di 3,3 km per litro. Con questi parametri, il costo mensile del carburante per ogni singolo TIR è salito a 6.075 euro, quasi 1.000 euro in più rispetto a febbraio. Moltiplicando l’extra costo di 1.994 euro per veicolo sull’intero parco circolante, si arriva a quella stangata complessiva di 1,5 miliardi. Una cifra che un settore a bassa marginalità non può assorbire senza conseguenze serie.
Nord ricco di carichi, Sud a vuoto: il divario che amplifica la crisi
Il peso del caro carburante non ricade in modo uniforme sul territorio nazionale. La CGIA segnala differenze enormi tra Nord e Sud, sia nelle tariffe sia nell’equilibrio dei flussi. Al Nord, dove si concentra la maggior parte della produzione industriale, le tariffe oscillano tra 1,40 e 1,70 euro al km, con punte di 1,80 o 2,00 per servizi specializzati come il trasporto di merci pericolose o i refrigerati. Soprattutto, la probabilità di trovare un carico di ritorno è alta, e questo riduce al minimo i chilometri percorsi a vuoto.
Al Sud la storia è diversa. Le tariffe scendono tra 1,10 e 1,40 euro al km e il problema dei viaggi senza carico diventa sistematico: molti TIR scendono dal Nord pieni, ma tornano vuoti. Non è solo questione di quanto si guadagna al chilometro, ma di quanti chilometri vengono effettivamente pagati. I dati ISTAT 2024 confermano lo squilibrio con numeri netti: il 34,8% delle merci su strada parte dal Nord Ovest, il 33,4% dal Nord Est. Centro, Sud e Isole contribuiscono rispettivamente per il 15%, l’11,6% e il 5,2%. Quasi il 68% delle merci movimentate ha origine nelle regioni settentrionali. I corridoi più trafficati restano quelli tra Lombardia ed Emilia Romagna (oltre 21,5 milioni di tonnellate) e tra Piemonte e Lombardia (20,6 milioni).
Pagamenti a 120 giorni e il fermo che potrebbe arrivare prima dello sciopero
Al rincaro del diesel si sommano fragilità strutturali croniche. La più grave riguarda i ritardi nei pagamenti: le fatture degli autotrasportatori vengono incassate spesso a 90 o addirittura 120 giorni, mentre gasolio, pedaggi, manutenzione e personale vanno pagati subito. Il Ministero delle Infrastrutture è intervenuto lo scorso ottobre con una circolare che richiama i committenti al rispetto dei termini, prevedendo sanzioni fino al 10% del fatturato annuo. Ma la norma da sola non basta a tamponare la crisi di liquidità in corso.
Il settore è frammentato, competitivo, con margini operativi ridottissimi. Anche uno shock contenuto, un guasto meccanico importante o un picco del prezzo del diesel, può azzerare il margine e precipitare un’impresa nell’insolvenza. In questo contesto, le principali associazioni dell’autotrasporto riunite sotto UNATRAS hanno proclamato il fermo nazionale dal 25 al 29 maggio. L’incontro con il viceministro Edoardo Rixi ha aperto uno spiraglio: il governo si è impegnato a introdurre misure di compensazione per i rincari e interventi a sostegno della liquidità. Lo sciopero dei TIR per ora resta confermato, anche se i toni si sono ammorbiditi.
Il rischio concreto, però, è che molte imprese fermino i mezzi prima ancora del 25 maggio, semplicemente perché non avranno i soldi per fare il pieno. Un blocco spontaneo, non proclamato e non organizzato, che potrebbe paralizzare forniture, distribuzione e filiere produttive con effetti a cascata sull’intera economia. Con oltre un miliardo di tonnellate di merci che ogni anno percorrono le strade italiane su gomma, e con il trasporto stradale che copre il 92,1% del totale terrestre, non esistono scorciatoie: o si interviene con misure concrete e immediate, o il conto lo pagano tutti.
