Colony è il titolo che riporta il regista sudcoreano Yeon Sang-ho nel territorio dei morti viventi, a quasi un decennio di distanza da quel fenomeno globale che è stato Train to Busan. La pellicola sarà presentata nella sezione Midnight Screening del Festival di Cannes e arriverà nei cinema coreani il 20 maggio, mentre per le sale italiane si attendono ancora conferme. Il cineasta, ospite d’onore dell’ultima edizione del Florence Korea Film Fest, ha parlato di questo nuovo progetto durante gli incontri con la stampa e una masterclass tenuta a Firenze, ripercorrendo anche una carriera nata nell’animazione con titoli come King of Pigs e Seoul Station, poi esplosa grazie a pellicole horror di respiro internazionale come Peninsula e approdata nella serialità con la sconvolgente Hellbound prodotta da Netflix.
Colony è stato girato tra marzo e giugno del 2025. Il titolo richiama il concetto di “sciame”, un’entità composta da più individui che agiscono come un unico organismo. La storia ruota attorno a un gruppo di persone intrappolate in un centro congressi biotecnologico messo in quarantena dopo un’infezione capace di trasformare i contagiati in modi diversi e imprevedibili. Nel cast spiccano Gianna Jun, che interpreta una ricercatrice (e che di zombie, dopo Kingdom, ne sa parecchio), e Ji Chang-wook nei panni di un uomo disposto a tutto per proteggere la sorella. “La differenza rispetto agli altri film di zombie risiede nella natura dei mostri”, ha spiegato Yeon Sang-ho. “Non sono i soliti zombie lenti e affamati: questi si evolvono in tempo reale, subendo una sorta di aggiornamenti biologici, e agiscono come un’unica mente collettiva”.
Un regista fuori dagli schemi
Train to Busan è nato dal consiglio di un produttore che ha fatto notare a Yeon come l’animazione, di cui è appassionato, in Corea fosse un settore troppo di nicchia. Portare le sue tematiche nel live action lo avrebbe aiutato a raggiungere il circuito mainstream. “In Corea, in realtà, i film sugli zombie erano praticamente inesistenti a quei tempi. Non erano popolari, e il pubblico non li andava a vedere”, ha ricordato. Il successo è stato enorme, in patria e all’estero. “Credo che il successo sia il risultato di tanta fortuna e tantissime coincidenze”. Al centro del film c’era il discorso sociale: i mostri come metafora delle paure della società, sulla scia dell’insegnamento di George Romero. “Quello che cerco di fare è individuare quale sia la paura sociale più forte dei nostri giorni e raffigurarla in un mostro. Nel caso specifico di Train to Busan, volevo approfondire l’egoismo di massa”.
Le ispirazioni e il passaggio alla serialità con Hellbound
Yeon è molto influenzato dal cinema occidentale. Ama George Romero ma anche registi mainstream come James Cameron, autore di “un film intramontabile come Terminator, che continua a influenzare il cinema anche oggi”. Grande fan anche di Suspiria: “Mi ha molto ispirato, perché ha un modo di esprimere il terrore che trovo davvero sensazionale”. La passione per il genere affonda le radici nella letteratura occidentale. “Nei primi anni delle elementari ho letto Il gatto nero di Edgar Allan Poe, un racconto che è riuscito magistralmente a descrivere la parte più oscura dell’uomo. Un altro racconto per me fondamentale è La metamorfosi di Franz Kafka. All’improvviso ti svegli e sei un insetto! È terrificante”.
Nel 2021 il regista ha fatto il salto nella serialità partendo dal suo corto animato degli esordi, The Hell (Two Kinds of Life), realizzato nei primi anni Duemila. La storia, divisa in due capitoli, esplorava il terrore psicologico di chi sa di dover morire e finire all’inferno, senza le tematiche religiose e politiche poi inserite nella serie. Hellbound si concentra sulla follia collettiva e il fanatismo religioso scatenati da sentenze di morte dispensate da mostri. “Netflix ha deciso di produrlo”, ha spiegato Yeon, che definisce l’opera “un horror dalla storia semplice. Dal punto di vista del genere, lo incasellerei nel cosmic horror, perché mostra una forza superiore e incomprensibile che schiaccia l’essere umano, rendendolo vulnerabile e pavido. Questa dinamica, tra potere inaccessibile e fragilità dell’uomo, mi affascina particolarmente”.
