Il rischio di malattie cardiovascolari legato al Long Covid non riguarda soltanto chi è finito in ospedale durante la fase acuta dell’infezione. Questo è il dato più rilevante che emerge da uno studio condotto da Pia Lindberg del Karolinska Institutet e pubblicato sulla rivista eClinicalMedicine. Una conferma che, per quanto attesa da tempo, mette nero su bianco numeri piuttosto significativi e apre una discussione seria su chi dovrebbe essere monitorato con più attenzione.
La ricerca ha coinvolto oltre 1,2 milioni di individui. Di questi, 8.999 (lo 0,7%) hanno ricevuto una diagnosi di Long Covid, con una netta prevalenza femminile: il 66% erano donne. Già qui si nota un elemento interessante, perché i dati successivi confermano che proprio le donne risultano il gruppo più esposto. L’incidenza cumulativa di eventi cardiovascolari nel gruppo con Long Covid è stata del 18,2% per le donne e del 20,6% per gli uomini. Nel gruppo di controllo, invece, si parla dell’8,4% per le donne e dell’11,1% per gli uomini. Una differenza che non si può ignorare.
Aritmie, coronopatie e il peso del Long Covid sulle donne
Entrando nel dettaglio dei dati, il Long Covid è risultato associato in modo significativo a diverse condizioni. In particolare, il rischio di aritmia cardiaca è quello che colpisce di più: nelle donne il rapporto di rischio è di 3,11, negli uomini di 1,61. Anche la malattia coronarica mostra un’associazione chiara, con valori simili tra i due sessi (1,25 per le donne, 1,26 per gli uomini). L’insufficienza cardiaca e l’arteriopatia periferica sono risultate elevate solo nelle donne. Un dato che non è emerso, invece, è un legame tra Long Covid e ictus, in nessuno dei due sessi.
Quello che rende questa ricerca particolarmente importante è il fatto che i pazienti analizzati non erano stati ricoverati. La maggior parte degli studi precedenti si era concentrata su chi aveva attraversato la fase acuta del Covid-19 in ospedale, lasciando sostanzialmente inesplorato il rischio cardiovascolare nei casi gestiti a livello comunitario. E invece i numeri parlano chiaro: anche chi ha affrontato l’infezione senza ospedalizzazione può trovarsi esposto a conseguenze cardiovascolari serie.
Lo screening andrebbe esteso oltre i pazienti ospedalizzati
La stessa Pia Lindberg ha sottolineato un aspetto che merita attenzione. Alcune patologie cardiovascolari risultano più frequenti nei pazienti con Long Covid, anche in individui relativamente giovani e precedentemente sani. Non si tratta quindi di un rischio confinato a categorie fragili o già compromesse. I risultati dello studio suggeriscono che lo screening del rischio cardiovascolare negli individui con Long Covid non dovrebbe restare limitato a chi è stato ricoverato, ma potrebbe essere giustificato anche in contesti comunitari più ampi.
Tra le condizioni più comuni emerse dalla ricerca, le aritmie cardiache e le coronopatie occupano le prime posizioni. Le donne, come detto, pagano il prezzo più alto in termini di esposizione complessiva, con associazioni significative anche per insufficienza cardiaca e arteriopatia periferica. Un quadro che rafforza la necessità di un monitoraggio più capillare e meno selettivo per chi ha ricevuto una diagnosi di Long Covid.
