I siti nucleari dell’Iran sono tornati prepotentemente al centro del dibattito internazionale da quando il conflitto nel Golfo persico ha preso una piega sempre più seria. La guerra avviata da Stati Uniti e Israele contro la repubblica islamica è entrata nel suo secondo mese, gli attacchi aerei si fanno più frequenti, i mercati petroliferi tremano e lo stretto di Hormuz è un punto di pressione crescente. Eppure, al di là delle preoccupazioni economiche e di sicurezza più immediate, c’è una domanda che molti si pongono con un certo timore: cosa succede se viene colpito un impianto nucleare sul territorio iraniano?
Partiamo da un dato che può sembrare rassicurante, almeno in parte. Nella maggior parte dei casi, un disastro radiologico su larga scala sarebbe improbabile anche in caso di attacco a un impianto nucleare. Le installazioni moderne sono dotate di sistemi di sicurezza multipli, capaci di spegnere i reattori e contenere le conseguenze. Il vero pericolo non è tanto il bombardamento in sé, quanto l’eventuale danneggiamento dei meccanismi interni di salvaguardia. Se quei sistemi si guastano, o se viene colpita direttamente una centrale nucleare operativa, il rischio sale in modo significativo. Finora, però, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha dichiarato di non aver rilevato tracce di contaminazione all’esterno dei siti nucleari dell’Iran.
Perché i rischi vanno ben oltre i punti d’impatto?
I timori non si limitano alle strutture direttamente colpite. In tutto il Golfo, la geografia e le infrastrutture amplificano i potenziali pericoli. Gran parte della regione dipende da impianti di desalinizzazione che depurano l’acqua marina. Se del materiale radioattivo dovesse finire nell’ambiente marino, non si diffonderebbe solo negli ecosistemi ma anche nei sistemi che portano acqua potabile a milioni di persone. La centrale nucleare di Bushehr, ad esempio, si trova sulla costa iraniana affacciata sul Golfo, a ridosso dei paesi confinanti. Anche se non è stata colpita direttamente, gli esperti hanno avvertito più volte che qualsiasi escalation che coinvolga infrastrutture nucleari costiere potrebbe avere un impatto transfrontaliero.
Non tutti gli attacchi a un impianto nucleare provocano una nube a fungo o un rilascio immediato di radiazioni. A fare la differenza è il punto d’impatto e l’entità dei danni ai sistemi di sicurezza. Un reattore nucleare è progettato per spegnersi automaticamente pochi minuti dopo un impatto, ma la disattivazione non elimina il rischio: il nocciolo continua a generare calore attraverso il decadimento radioattivo, e quel calore va controllato. Se i sistemi di raffreddamento vengono danneggiati, la temperatura sale.
Come funziona la risposta in caso di incidenti nucleari
In caso di incidente nucleare, il Centro incidenti ed emergenze (Iec) dell’Aiea funge da punto di riferimento globale. Amgad Shokr, direttore dello Iec, ha spiegato che il processo inizia verificando le informazioni con le autorità nazionali e valutando la situazione e il suo potenziale impatto. La comunicazione internazionale si attiva poco dopo la conferma delle informazioni, con l’Aiea che diffonde aggiornamenti e si coordina con le organizzazioni competenti. Se viene identificata una falla, gli esperti valutano l’integrità delle funzioni essenziali e se una di queste viene meno, l’agenzia modella la possibile diffusione delle radiazioni utilizzando dati meteorologici e sistemi di monitoraggio internazionali.
Dal punto di vista della salute pubblica, il livello di esposizione diretta è il fattore più critico. In caso di dispersione di radiazioni, vengono attivati protocolli standard: misure di evacuazione, distribuzione di compresse di iodio per ridurre l’assorbimento tiroideo dello iodio radioattivo, risposte di emergenza calibrate sulla gravità dell’incidente. Lo scenario più probabile, secondo quanto emerge, è che un’eventuale contaminazione resti localizzata, con impatto transfrontaliero limitato. Lo scenario peggiore, invece, prevede danni prolungati ai sistemi di raffreddamento con conseguente fusione del reattore: in quel caso, il materiale radioattivo potrebbe diffondersi nell’aria e nelle acque circostanti, ben oltre i confini nazionali. Al momento, non ci sono segnalazioni confermate di fughe o pennacchi radioattivi oltre i confini iraniani.
