La crisi della RAM ha raggiunto un livello che, francamente, era difficile da immaginare. Per capire quanto la situazione sia seria basta guardare il listino di Raspberry Pi, un marchio che ha costruito la propria reputazione proprio sull’accessibilità economica dei suoi prodotti hardware. Eppure, uno dei dispositivi di punta del catalogo ha raggiunto un prezzo che si avvicina pericolosamente a quello di un Mac mini. Sì, il Mini PC di Apple. La cosa suona quasi surreale, ma i numeri parlano chiaro.
Il prodotto al centro della questione è Raspberry Pi 500+, presentato nell’autunno del 2025. Si tratta sostanzialmente di una tastiera che al suo interno integra tutto l’hardware di un computer: 16 GB di RAM, un’unità SSD da 256 GB per l’archiviazione, moduli per la connettività, porte fisiche e via dicendo. Da listino ufficiale, Raspberry Pi 500+ è arrivato a costare circa 380 euro. Il modello di Mac mini con chip M2, presso alcuni rivenditori, si trova anche a circa 400 euro. Una differenza che è praticamente inesistente, e che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe mai considerato possibile.
Perché tutto sta diventando più costoso
La ragione di questi rincari è legata alla carenza di componenti, che a sua volta dipende dall’accaparramento massiccio operato dalle Big Tech. Le grandi aziende tecnologiche sono impegnate nella costruzione di nuovi data center su scala globale, e questo sta prosciugando la disponibilità di memoria sul mercato. Il risultato è che i prezzi salgono per tutti, compresi quei produttori che hanno sempre fatto dell’economicità il proprio punto di forza. La crisi della RAM, insomma, non risparmia nessuno.
E qui si apre una questione interessante. Come fa Apple a tenere sotto controllo i prezzi? La domanda diventa ancora più legittima se si pensa al recente lancio di MacBook Neo, il portatile più economico della famiglia, arrivato in un momento in cui i laptop Windows continuano a diventare sempre più cari. Il segreto è duplice. Da una parte c’è l’architettura delle macchine Apple, che utilizza la cosiddetta memoria unificata, una soluzione tecnica che cambia radicalmente il modo in cui viene gestita la RAM rispetto ai computer tradizionali. Dall’altra parte c’è il posizionamento di mercato dell’azienda di Cupertino, che consente margini di guadagno più ampi e, di conseguenza, la possibilità di assorbire l’impatto dei rincari lungo la catena di fornitura.
Il paradosso Raspberry Pi e Mac mini
Quello che colpisce davvero è il paradosso che si è venuto a creare. Raspberry Pi è sempre stato sinonimo di computing a basso costo, di progetti accessibili, di hardware alla portata di chiunque. Ritrovarsi con un prodotto Raspberry Pi che costa quasi quanto un Mac mini racconta meglio di qualsiasi analisi quanto la crisi della RAM stia distorcendo gli equilibri del mercato. I dispositivi elettronici stanno diventando sempre più cari, e la tendenza non sembra destinata a invertirsi nel breve periodo, almeno finché la domanda di componenti per i data center continuerà a crescere ai ritmi attuali. Apple, grazie alla sua struttura e alla sua strategia, riesce a navigare questa tempesta meglio di altri. Per il resto del mercato, compresi marchi storicamente economici come Raspberry Pi, la situazione è molto più complicata.
