Una nuova ricerca prova a rispondere a una domanda che fino a pochi anni fa sembrava pura fantascienza: cosa succederà al corpo umano quando Homo sapiens inizierà davvero a vivere su Marte? Non si parla di tecnologia spaziale, di razzi riutilizzabili o di habitat gonfiabili. Si parla di noi. Di come cambierà la biologia, la fisiologia, persino la psicologia di chi un giorno chiamerà il Pianeta Rosso casa propria.
Lomstudio che sta attirando l’attenzione della comunità scientifica e non solo, affronta la questione della colonizzazione di Marte da un’angolazione diversa rispetto ai soliti discorsi ingegneristici. Perché va bene parlare di come arrivarci, ma poi? Una volta atterrati, il corpo umano si troverebbe a fare i conti con una gravità pari a circa il 38% di quella terrestre, livelli di radiazioni cosmiche enormemente superiori a quelli a cui siamo abituati, e un isolamento psicologico senza precedenti nella storia della nostra specie.
Il corpo umano e la sfida della vita su Marte
Quello che emerge è un quadro affascinante e, per certi versi, inquietante. La permanenza prolungata in condizioni di bassa gravità provocherebbe una perdita significativa di massa ossea e muscolare. Le ossa si assottiglierebbero, il cuore si indebolirebbe, il sistema immunitario potrebbe funzionare in modo imprevedibile. E poi ci sono le radiazioni: senza il campo magnetico terrestre a fare da scudo, ogni cellula del corpo sarebbe esposta a un bombardamento continuo di particelle ad alta energia, con un rischio oncologico che gli scienziati ancora faticano a quantificare con precisione.
Ma non ci si ferma ai problemi fisici. Vivere su Marte significherebbe anche affrontare sfide psicologiche enormi. L’assenza di spazi aperti, la luce solare filtrata e debole, la distanza dalla Terra (con ritardi nelle comunicazioni che possono arrivare a venti minuti in una sola direzione) creerebbero condizioni mai sperimentate prima da esseri umani per periodi così lunghi.
Evoluzione accelerata o adattamento tecnologico
Uno degli aspetti più provocatori della ricerca riguarda la possibilità che, nel lungo periodo, i coloni marziani possano iniziare a evolversi in modo diverso rispetto a chi resta sulla Terra. Generazione dopo generazione, la selezione naturale potrebbe favorire caratteristiche fisiche specifiche: ossa più leggere, una diversa distribuzione della massa corporea, magari persino modifiche nel modo in cui il corpo gestisce le radiazioni. In sostanza, Homo sapiens potrebbe lentamente diventare qualcosa di diverso. Non domani, ovviamente, ma nell’arco di secoli.
L’alternativa, e forse la strada più realistica nel breve termine, sarebbe un massiccio intervento di ingegneria genetica e biotecnologia. Modificare il DNA dei futuri abitanti di Marte per renderli più resistenti, più adatti a un ambiente che non è stato progettato per ospitare la vita come la conosciamo.
Tutto ciò mette nero su bianco anche quanto poco sappiamo davvero su questi scenari. La maggior parte dei dati disponibili viene da astronauti che hanno trascorso mesi sulla Stazione Spaziale Internazionale, un ambiente comunque molto diverso dalla superficie di Marte. Le simulazioni a terra, per quanto sofisticate, non riescono a replicare l’effetto combinato di tutti i fattori che entrerebbero in gioco sul Pianeta Rosso.
