Dopo anni passati a richiamare i dipendenti negli uffici, molte aziende potrebbero dover fare rapidamente marcia indietro. Lo smart working torna a essere una soluzione questa volta non per una pandemia, ma per una crisi energetica innescata dalla guerra in Iran. È uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava improbabile, eppure le raccomandazioni arrivano da chi di energia se ne intende parecchio.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), l’organismo nato proprio negli anni Settanta per proteggere le forniture energetiche globali dopo lo shock petrolifero, ha pubblicato un rapporto con dieci azioni concrete rivolte a governi, imprese e famiglie. L’obiettivo è chiaro: ridurre la domanda di energia in un momento in cui le forniture subiscono pesanti interruzioni a causa del conflitto in Iran. E tra queste raccomandazioni, una spicca più delle altre: incoraggiare le persone a lavorare da casa.
Non si tratta solo di smart working, però. Il rapporto della IEA suggerisce anche di ridurre la velocità di guida per abbattere i consumi di carburante, una misura che ricorda molto da vicino le domeniche a piedi degli anni Settanta in Italia. Il punto è che ogni litro di benzina risparmiato e ogni kilowattora non consumato in un ufficio vuoto possono fare la differenza quando l’approvvigionamento energetico globale è sotto pressione.
Dalle aziende ai governi
Dopo le restrizioni legate al Covid, tantissime organizzazioni avevano richiamato i lavoratori in presenza, spesso con politiche piuttosto rigide. Alcune grandi aziende tech avevano addirittura minacciato conseguenze per chi non si fosse presentato in ufficio. Ora il vento potrebbe cambiare direzione, e in fretta. La IEA non si limita a dare consigli generici. Le dieci azioni contenute nel rapporto sono pensate per essere adottate su larga scala, coinvolgendo sia il settore pubblico che quello privato. Governi e istituzioni sono chiamati a creare le condizioni per facilitare il lavoro da remoto, mentre le aziende dovrebbero ripensare le proprie politiche di presenza fisica. Il messaggio di fondo è pragmatico: se c’è meno energia disponibile, bisogna usarne meno. E far stare a casa chi può lavorare da casa è uno dei modi più semplici ed efficaci per riuscirci.
La crisi energetica legata alla guerra in Iran sta già facendo sentire i suoi effetti sui mercati globali dell’energia, con prezzi del petrolio e del gas in forte tensione. In questo scenario, lo smart working non è più solo una questione di flessibilità o di qualità della vita, ma diventa uno strumento strategico per la gestione delle risorse energetiche a livello nazionale e internazionale.
Un déjà vu che nessuno si aspettava
C’è qualcosa di paradossale nel fatto che milioni di lavoratori potrebbero ritrovarsi davanti al portatile in salotto per la seconda volta in pochi anni, ma per ragioni completamente diverse. Durante la pandemia lo smart working era una necessità sanitaria. Adesso potrebbe diventare una necessità energetica. E se durante il Covid molte aziende avevano scoperto che la produttività non calava necessariamente con il lavoro da remoto, stavolta la spinta arriva da un’urgenza ancora più tangibile: il costo e la disponibilità dell’energia che alimenta uffici, trasporti e infrastrutture. Il rapporto completo della IEA, come riportato da The Verge, contiene ulteriori dettagli sulle misure raccomandate per affrontare le interruzioni nelle forniture causate dal conflitto.
