TP-Link, uno dei marchi più diffusi al mondo nel settore dei router e della connettività domestica, si ritrova ancora una volta al centro di una vicenda che mescola tecnologia, sicurezza nazionale e geopolitica. Le autorità statunitensi starebbero infatti esaminando con attenzione i possibili rischi legati ai dispositivi dell’azienda cinese, in un clima che ricorda quanto già successo con altri colossi come Huawei e ZTE. E stavolta c’è anche un dettaglio piuttosto curioso che rende il tutto ancora più interessante.
Da tempo, negli Stati Uniti le preoccupazioni riguardano la possibilità che alcuni dispositivi di rete prodotti da aziende cinesi possano fungere da punti di accesso per attività di spionaggio. Anche TP-Link è finita sotto la lente di diversi enti federali, tra cui il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento di Giustizia, oltre ad autorità antitrust. L’ipotesi, che per ora resta tale, è che l’hardware di rete possa rappresentare una vulnerabilità nelle infrastrutture domestiche e aziendali americane. Va detto chiaramente: al momento non esistono prove pubbliche definitive a sostegno di queste accuse. L’azienda ha ripetuto più volte che i prodotti destinati ai mercati occidentali vengono sviluppati e testati da team indipendenti, e che nessun governo, compreso quello cinese, avrebbe accesso ai dati o ai sistemi.
La richiesta della Trump Gold Card da parte del CEO
C’è poi un elemento che ha fatto alzare più di un sopracciglio. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Jeffrey Chao, amministratore delegato della divisione statunitense di TP-Link, avrebbe richiesto insieme alla moglie la cosiddetta Trump Gold Card. Si tratta di un permesso di soggiorno speciale introdotto durante la presidenza di Donald Trump, che consente a individui facoltosi di ottenere la residenza permanente negli Stati Uniti tramite una donazione significativa, nell’ordine di circa 900.000 euro, proprio al Dipartimento del Commercio. Il punto che ha fatto discutere non è tanto la richiesta in sé, quanto il fatto che lo stesso Dipartimento del Commercio sia tra gli enti che stanno valutando i potenziali rischi legati ai prodotti TP-Link. Un cortocircuito che, almeno a livello di percezione, non passa inosservato.
Una struttura duale che non basta a dissipare i sospetti
Negli ultimi anni TP-Link ha cercato di rafforzare la propria immagine internazionale anche dal punto di vista organizzativo. Dal 2024 esiste una divisione statunitense dedicata, guidata proprio da Chao, che dovrebbe operare in maniera autonoma rispetto alla casa madre cinese. Una separazione pensata per rassicurare le autorità e i consumatori occidentali. Tuttavia, come dimostra la situazione attuale, non è stata sufficiente a far cadere del tutto i sospetti. Nel frattempo, il fratello di Chao continua a gestire le attività dell’azienda in Cina, mantenendo quindi una struttura duale che riflette la natura globale del gruppo.
A differenza di quanto accaduto con Huawei o ZTE, in Europa non sono stati avviati tentativi concreti per limitare o vietare la vendita dei prodotti TP-Link. Anzi, i dispositivi dell’azienda continuano a essere ampiamente diffusi anche nel nostro mercato, grazie a un rapporto qualità prezzo che li ha resi particolarmente popolari tra gli utenti domestici. Resta da capire se le indagini negli Stati Uniti porteranno a sviluppi concreti oppure se tutto si risolverà senza conseguenze: la posizione di TP-Link rimane sotto osservazione, e con essa il futuro di uno dei brand più presenti nel mondo della connettività.
Fonte: Bloomberg
