Provocare terremoti artificiali per capire come funzionano quelli veri. Sembra un paradosso, eppure è esattamente quello che sta succedendo nelle viscere delle Alpi svizzere, dove un gruppo internazionale di ricercatori ha deciso di cambiare approccio: invece di attendere passivamente che la terra tremi, hanno scelto di farla tremare loro stessi, in condizioni controllate e con una precisione che rasenta l’ossessione. Il ragionamento di fondo è semplice quanto geniale. Prevedere un terremoto resta una delle sfide più frustranti della geofisica moderna. Sappiamo che arriverà, ma il quando e il dove continuano a sfuggirci. E allora, perché non ribaltare la questione?
Il progetto FEAR nel cuore della montagna: terremoti generati appositamente
A circa 1.500 metri di profondità, nel Bedretto Underground Laboratory in Ticino, ha preso forma il progetto FEAR (Fault Activation and Earthquake Rupture), coordinato dal Politecnico federale di Zurigo, l’ETH Zurich. Il cuore dell’esperimento è una faglia naturale chiamata MC fault, costantemente monitorata attraverso una rete fittissima di sensori inseriti in perforazioni tutt’attorno alla frattura. La tecnica utilizzata ricorda quella del fracking o della geotermia profonda: si inietta fluido ad alta pressione nella roccia per attivare la faglia in modo controllato. La differenza cruciale sta nel contesto. Qui non si estrae nulla, non si produce energia. Si osserva. Si misura. Si impara.
Nel primo ciclo sperimentale, portato a termine verso la fine del 2024, sono state eseguite 14 iniezioni idrauliche distinte. Il risultato? Circa 9.000 eventi sismici registrati, tutti talmente deboli da risultare percepibili solo ai sensori posizionati a pochissimi metri dalla sorgente. Nessun rischio per le persone, nessuna vibrazione avvertibile in superficie. Eppure quei microsismi contengono informazioni preziosissime su come una frattura si attiva, si propaga lungo la roccia e poi, a un certo punto, si ferma.
Studiare i terremoti artificiali può cambiare tutto ecco perché
Il prossimo passo prevede di alzare leggermente l’asticella, portando la magnitudo degli eventi provocati fino a circa 1. Può sembrare un valore trascurabile, e in effetti lo è dal punto di vista pratico. Ma secondo i ricercatori coinvolti nel progetto, la fisica che governa una microscossa e quella che scatena un terremoto devastante di magnitudo 7 è fondamentalmente la stessa. Cambiano le scale, non le regole.
Capire queste regole in un ambiente sperimentale controllato apre scenari importanti. Non solo per affinare i modelli di previsione dei sismi naturali, che restano ancora largamente imprecisi, ma anche per gestire meglio il rischio legato ai terremoti indotti dalle attività umane. Operazioni industriali come l’estrazione geotermica o lo stoccaggio sotterraneo di fluidi possono infatti provocare scosse inattese, e avere strumenti migliori per prevenirle farebbe una differenza enorme.
