Sulla ISS un team internazionale ha messo batteri e funghi davanti a un compito molto concreto: “mordere” un frammento di roccia simile a un asteroide e provare a tirarne fuori quante più sostanze possibili. Il punto non era fare scena, ma capire se la bioestrazione può funzionare anche in microgravità, aprendo prospettive reali per missioni lunghe e future attività di utilizzo delle risorse nello spazio. Il progetto si chiama BioAsteroid e già il nome racconta l’ambizione: imparare a usare la biologia come una piccola industria mineraria, leggera e adattabile, lontano dalla Terra.
Un esperimento serio, con microbi “selezionati” e una domanda semplice
Dentro BioAsteroid sono finiti due protagonisti diversissimi, scelti apposta per vedere che cosa cambia quando si passa dalla teoria ai dati. Da una parte il batterio Sphingomonas desiccabilis, dall’altra il fungo Penicillium simplicissimum. Il gruppo guidato da Charles Cockell dell’Università di Edimburgo ha puntato su specie note per una caratteristica chiave: sanno produrre acidi carbossilici, molecole capaci di legarsi ai minerali e “convincerli” a rilasciare elementi chimici. In pratica, un modo biologico di fare quello che nell’industria si ottiene con processi aggressivi e pesanti.
Rosa Santomartino, tra Cornell University ed Edimburgo, ha spiegato l’idea con una chiarezza disarmante: esperimenti del genere sulla Stazione Spaziale Internazionale e su materiale meteoritico sono rarissimi, e dei meccanismi che regolano il comportamento microbico nello spazio si sa ancora troppo poco. Per questo, oltre a misurare gli elementi estratti, i ricercatori hanno voluto guardare anche “dentro” i microbi, con un’analisi metabolomica: non solo cosa riescono a tirar fuori dalla roccia, ma anche quali sostanze producono e come cambia il loro metabolismo in microgravità.
Cosa è successo sulla ISS: 44 elementi osservati, 18 estratti e un fungo che cambia marcia
La parte operativa è stata affidata all’astronauta NASA Michael Scott Hopkins, che ha eseguito il protocollo direttamente sulla ISS, mentre a Terra si portava avanti una versione di controllo in laboratorio. Così il confronto diventa pulito: stesso esperimento, gravità diversa. E i numeri raccontano qualcosa che vale la pena ascoltare: sono stati analizzati 44 elementi e 18 sono risultati estratti biologicamente. Non è un dettaglio, perché vuol dire che questi organismi non “sopravvivono e basta”, lavorano.
Alessandro Stirpe, anche lui tra Cornell ed Edimburgo, ha descritto il risultato in modo molto onesto: niente differenze gigantesche tra Terra e spazio, però alcune variazioni sono davvero interessanti. E qui entra in scena il fungo, quello che nel racconto finisce per sembrare il personaggio con il “superpotere”. In microgravità Penicillium simplicissimum ha modificato il proprio metabolismo, aumentando la produzione di molecole utili, inclusi gli stessi acidi carbossilici. Tradotto: ha ottimizzato il rilascio di elementi come palladio e platino, e non è esattamente roba da poco se si ragiona su componenti tecnologici, catalizzatori e materiali ad alto valore.
C’è poi un altro punto, più sottile ma decisivo: la velocità di estrazione cambia parecchio in base al metallo, al microbo e alle condizioni di gravità. Santomartino lo ha evidenziato con cautela, perché è il tipo di risultato che complica la vita a chi cerca una ricetta unica, ma rende tutto più interessante per chi vuole progettare sistemi reali. Significa che la bioestrazione nello spazio potrebbe diventare una tecnologia “su misura”, tarata sul tipo di risorsa e sull’organismo più adatto, invece di un processo standard valido per tutto.
E mentre la cronaca scientifica ricorda altri casi curiosi di microbi trovati in orbita, il messaggio qui è più pratico che spettacolare: sulla Stazione Spaziale Internazionale i funghi non stanno facendo magia. Stanno mostrando, dati alla mano, che la biologia potrebbe diventare uno strumento concreto per usare materiali extraterrestri senza portarsi dietro mezza industria terrestre. Un passo alla volta, ma il passo è di quelli che si notano.
