In un laboratorio che esiste solo dentro un computer, un gruppo di animali virtuali ha iniziato a “vedere” senza che nessuno avesse insegnato loro come farlo. È il risultato di un esperimento condotto da ricercatori della Lund University, che hanno scelto di affidare all’AI il compito di ricreare un processo evolutivo partendo da zero.
Le creature digitali sono state inserite in un ambiente simulato, prive di qualsiasi apparato visivo e senza istruzioni predefinite su come svilupparlo. Nessun modello biologico da copiare, nessun occhio virtuale già pronto. L’unica cosa concessa era la necessità di sopravvivere, orientarsi nello spazio, evitare ostacoli, trovare risorse utili. All’inizio potevano percepire soltanto differenze minime di luminosità, variazioni elementari tra luce e ombra. Poi, generazione dopo generazione, piccoli cambiamenti casuali hanno iniziato a produrre effetti più sofisticati.
Le strutture fotosensibili rudimentali si sono trasformate pian piano in sistemi più complessi, collegati a centri di elaborazione delle informazioni sempre più articolati. Il percorso seguito non è stato imposto dall’esterno, ma è emerso dall’interazione tra ambiente e variazioni ereditarie. Il dato più sorprendente non riguarda soltanto la comparsa di una funzione simile alla vista, ma la strada evolutiva. Le tappe osservate nella simulazione ricordano davvero quelle ricostruite negli organismi reali.
AI e studio dell’evoluzione, sintetizzare milioni di anni in poche simulazioni
Il progetto, guidato dal biologo evoluzionista Dan-Eric Nilsson, studioso dei sistemi sensoriali, dimostra come l’AI possa diventare uno strumento potente anche per comprendere i meccanismi alla base della vita. Tutto ciò che in natura ha richiesto milioni di anni, nella simulazione si è compiuto in tempi notevolmente ridotti, mantenendo però una logica coerente con i principi della selezione naturale.
L’esperimento mostra che ambienti digitali controllati possano aiutare a esplorare passaggi evolutivi difficili da ricostruire attraverso i fossili o l’osservazione diretta. L’AI, in questo senso, non si limita a imitare l’intelligenza umana, ma diventa un laboratorio in cui testare ipotesi sulle origini delle funzioni biologiche.
L’idea di fondo è che osservando l’evoluzione di organismi virtuali si possano individuare schemi ricorrenti, comprendere meglio come strutture complesse emergano da variazioni minime e forse intuire qualcosa in più sulle nostre stesse radici biologiche. Non è un semplice esercizio teorico, ma un cambio di prospettiva nello studio dell’evoluzione.
