L’aula della Los Angeles Superior Court è diventata il teatro di un confronto serrato che mette Meta di fronte a uno dei passaggi più delicati della sua storia recente. Al centro del procedimento c’è l’impatto delle piattaforme social sugli adolescenti, con particolare attenzione a Instagram e alle possibili conseguenze sulla salute mentale dei più giovani. Durante la sua testimonianza, Mark Zuckerberg ha mantenuto una linea ferma, respingendo le accuse e contestando l’interpretazione dei documenti aziendali portati dall’accusa.
Uno dei punti più discussi riguarda alcune comunicazioni interne risalenti al 2015, nelle quali si faceva riferimento all’obiettivo di aumentare il tempo medio trascorso dagli utenti sull’app. In aula è stata citata una percentuale precisa, un incremento del 12%, che secondo i legali della parte civile dimostrerebbe l’esistenza di target mirati a spingere l’utilizzo della piattaforma. Zuckerberg, già in passato interrogato sul tema in sede congressuale, aveva negato l’esistenza di obiettivi di questo tipo, sostenendo che l’azienda non pianifica strategie finalizzate a creare dipendenza.
Sul tavolo anche la questione dei filtri di bellezza e della loro possibile influenza sugli utenti più giovani. Alcuni report interni avrebbero suggerito maggiore cautela nell’esporre i minori a determinate funzionalità, specialmente in un contesto in cui, già anni fa, milioni di under 13 risultavano iscritti nonostante i limiti d’età dichiarati. La discussione in aula ha riportato alla luce questi elementi, rafforzando la tesi di chi sostiene che Meta fosse consapevole dei rischi connessi a un utilizzo intensivo delle proprie app.
Processo Meta, il peso delle responsabilità e il gioco delle accuse
Il processo nasce dalla causa intentata da una giovane che attribuisce a diverse piattaforme, tra cui Meta, un ruolo nei propri problemi psicologici. TikTok e Snap hanno scelto la via dell’accordo extragiudiziale, mentre Meta e YouTube hanno deciso di difendersi in tribunale. I legali della società hanno sostenuto che non esiste un nesso diretto tra l’uso dei social e le difficoltà personali denunciate, richiamando fattori individuali e familiari.
Zuckerberg ha insistito su un altro punto. L’imprenditore sostiene che la verifica dell’età online sarebbe tecnicamente complessa e richiederebbe un coinvolgimento più ampio dell’ecosistema digitale, inclusi i produttori di smartphone. Questa posizione ha alimentato l’impressione di un rimbalzo di responsabilità tra attori diversi, in un momento in cui l’opinione pubblica chiede risposte chiare sulla tutela dei minori.
Il verdetto della giuria potrebbe avere effetti che vanno oltre il singolo caso. In gioco non ci sono solo eventuali risarcimenti, ma anche possibili cambiamenti normativi per l’intero settore tecnologico. Meta si trova così a difendere il proprio modello di business e il ruolo che le piattaforme social rivestono nella vita quotidiana di milioni di utenti, soprattutto adolescenti.
