Quando ripenso a quanto sono cambiate le cose in poco più di trent’anni, mi viene da sorridere. Oggi teniamo in tasca oggetti che sono piccoli studi di registrazione, uffici portatili e cineprese insieme. Eppure, il primo passo verso tutto questo non fu né sottile né economico: era grande, pesante, e — sorprendentemente — già dotato di funzioni che oggi consideriamo ovvie. Sto parlando del primissimo vero smartphone, quello che presentò al mondo l’idea stessa di “telefono intelligente”.
Il telefono che arrivò prima del suo tempo
Nel lontano 1992, al COMDEX, IBM fece qualcosa di imprevedibile: mostrò il IBM Simon, un apparecchio che non era semplicemente un cellulare con uno schermo, ma una fusione primordiale fra telefono e personal digital assistant. Pesava circa 500 grammi — mezzo chilo che, confrontato ai moderni telefoni da 170 grammi, suona come portarsi dietro una pietra preziosa — e montava un display monocromatico da 4,5 pollici con sensore al tocco. Sì, un vero touchscreen, e si usava con un pennino: la versione anni ’90 del multitouch con gesti.
Le sue funzioni suonavano quasi fantascientifiche per l’epoca: calendario, rubrica, blocco note, funzioni per inviare e ricevere email. Per fare un paragone efficace: mentre molti abitavano ancora in case senza computer, qualcuno poteva portarsi appresso quel piccolo ufficio personale. Il processore girava a 16 MHz, la memoria era un misero — ma allora sufficientissimo — 1 MB, e la memoria interna non andava oltre 1 MB. Numeri che oggi fanno sorridere, ma che nel 1994 — anno in cui il dispositivo fu commercializzato — rappresentavano una mini-rivoluzione.
Il prezzo? Una cifra che faceva tremare: circa 1.500 dollari. Erano soldi veri per un pubblico che ancora non aveva colto appieno il valore di uno strumento simile. E infatti le vendite rimasero modeste: intorno alle 50.000 unità, prima che il prodotto venisse ritirato dal mercato nel 1995. Tredici anni dopo, nel 2007, arrivò l’iPhone e tutto cambiò davvero: applicazioni, interfacce grafiche evolute, e una piattaforma che trasformò il concetto di smartphone in qualcosa di universale.
Perché non esplose e quale eredità ci ha lasciato
Ci sono almeno tre motivi per cui il smartphone di IBM non trovò il successo che oggi ci aspetteremmo. Primo: il costo. A 1.500 dollari difficilmente il grande pubblico si convince a provare una novità. Secondo: l’ingombro. Mezzo chilo in tasca, con batterie che duravano il giusto, non era remotamente comparabile alla comodità dei telefoni più leggeri. Terzo: la lungimiranza del mercato. Molte persone non vedevano perché avrebbero dovuto pagare per avere email e un’agenda in un telefono, quando per lavorare avevano bisogno di computer ancora ingombranti e costosi.
Eppure il valore storico è indiscutibile. Il Simon ha seminato idee: interfacce tattili per controllare informazioni, integrazione fra comunicazione e produttività, la possibilità di installare e usare applicazioni dedicate. Tutto quello che oggi chiamiamo scontato è, in fondo, eredità di quei primi esperimenti. Anche se il dispositivo fallì commercialmente, inaugurò una strada che aziende successive avrebbero percorso meglio, più velocemente e con tecnologie più mature.
Guardando oggi uno smartphone moderno — schermi OLED, fotocamere multiple, AI che suggerisce risposte — è facile scordare quante stranezze e imperfezioni ci fossero agli inizi. Ma c’è una lezione umana e tecnologica in questa storia: l’innovazione spesso arriva prima che il mondo sia pronto ad accoglierla. Il IBM Simon non fu un successo commerciale, ma fu una dichiarazione d’intenti: il telefono non sarebbe rimasto solo un telefono. E per questo vale la pena ricordarlo, con un sorriso, come il capostipite di tutti i dispositivi che oggi non sappiamo più lasciare a casa.
